13
Mag
2011
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L’ultimo giorno di campagna

Le campagne elettorali possono assomigliare a tante cose. Il viaggio organizzato dei giapponesi che visitano l’Europa in tre giorni, oppure la rete del ragno che tira fili e li collega cercando di ordire un disegno e dare una logica.

Ecco, a me sembra di essere stata un ragno. E di aver tessuto fili insieme ad altri ragni che a loro volta tessevano fili.  Non spaventi la metafora: la ragnatela è uno dei prodotti più lucidi del mondo animale. Ha una logica e collega punti impossibili.

Non lo sapevo, avendo sempre fatto campagne elettorali per la bandiera e mai per l’asta, che potessero essere entusiasmanti, divertenti,  generative di fili e ragnatele.  Perché ci si prende il tempo di ascoltare, parlare, capire, analizzare, rispondere. Tanto e tutto insieme, quando normalmente è tutto un po’ più diluito. Come il concentrato di pomodoro:  i tempi della campagna elettorale ti costringono a stare nel tubetto.

Il tempo smette di essere qualcosa che si può misurare, perché per collegare un punto all’altro si trotta, si guida, si cammina, si corre.

Le campagne elettorali, per certi versi, sono fatte di tempo che scorre, si perde, svanisce.

Poi ci sono le parole, nelle campagne elettorali. La parola è lo strumento che consente di raccontare, descrivere, convincere e coinvolgere. E’ il modo per dare corpo, forma, gambe alle idee. Le idee per una città migliore o per spiegare, onestamente, perché un problema non si è ancora risolto.

Se ci si fa travolgere da questo meccanismo il rischio è che la campagna elettorale, da mezzo per presentare una proposta politica e di governo cercando su questo il consenso dei cittadini, diventi soltanto occasione per arraffare voti e preferenze che diventano le cambiali in bianco che gli elettori firmano a quel partito o candidato.

Anche per questo è importante dare valore ai contenuti, prestando attenzione al senso delle cose che si dicono e che si ascoltano.

Non è solo questione di efficacia, è soprattutto questione che sta all’etica e alla responsabilità pubblica.

Perché noi candidati non siamo qui a smacchiare ghepardi, direbbe il segretario ma siamo il terminale di un’offerta politica collettiva. Conta lo stile, i contenuti e le parole che si usano per raccontarli. Conta la credibilità, individuale e collettiva.

Tra i modi che si posso utilizzare per dare valore ai contenuti, vi è quello di coinvolgere in una discussione pubblica gruppi di persone. E’ quello che è stato fatto per iniziativa di alcuni miei amici, professionisti nel campo della ricerca sociale: Vanna Spolti, Davide Roccati e Valeria Ferraris.

Mi hanno proposto di analizzare le modalità comunicative della mia campagna elettorale, per capirne l’efficacia, la credibilità e le criticità.

In corso d’opera – mentre io collegavo punti e tessevo fili – hanno coinvolto gruppi di persone eterogenee: alcuni mi conoscevano, altri no. Alcuni sicuramente non mi avrebbero votato, altri invece lo avevano dichiarato esplicitamente. Alcuni avevano avuto a che fare con me da tempo – su progetti, iniziative, occasioni varie– altri erano entrati in contatto con me per via della campagna elettorale. Altri,  ancora, non sapevano proprio chi io fossi.

Un salto nel buio, mi hanno detto i miei amici: se va male va male e non c’è tempo di correggere. Ma nuotare senza salvagente non mi ha mai spaventato.  Anzi. Penso che la politica debba mettersi in gioco anche se non c’è certezza del risultato:  per capire cosa pensano davvero i potenziali elettori, per entrare in sintonia, per rispettare le aspettative senza farsene schiacciare.

Tre focus group e un questionario a un numero ampio di persone.

Queste nuvole sono il risultato.  O meglio: sono la rappresentazione grafica del lungo report che mi hanno consegnato.

Queste sono le parole: che disegnano me, che disegnano la politica, che disegnano cosa si vorrebbe dalla politica.

Nuotare senza salvagente nel mare aperto della città significa avere il coraggio di mettersi in discussione. O di provare a capire come essere ancora più credibili. O leggere cosa gli altri percepiscono di te e della tua offerta politica.

Io sono contenta del risultato di questa indagine. Sono contenta di avere molti amici intelligenti che mettono a disposizione della politica professionalità e competenze semplicemente perché si appassionano.  Sono contenta di collegare punti e tessere fili, che è quello che mi riesce meglio. E vorrei che la politica, la mia e nostra politica, facesse sempre così.

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