11
Ott
2021
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Agire nei margini: quando l’azione culturale produce cambiamento

Pubblicato in: AWARE  – La nave degli incanti – Progettare e realizzare idee e sogni d’arte collettiva oggi – a cura di Renzo Francabandera, Elena Lamberti, Carlotta Vitale, 2020

“PERIFERITE: s.f Malattia cronica dell’anima i cui sintomi si manifestano nella ricerca di elementi di una civiltà industriale nella sua “periferia” oppure in un’essenza periferica di tale civiltà industriale. Si associa a stati di euforia nei momenti di scoperta, a uno snobistico compiacimento per ciò che è esteticamente ripugnante oppure ad una malinconica contemplazione di paesaggi degradati.”

Sono molti i malati di periferite. Molti creativi, molti perfomers, molti policy maker. La periferite genera uno sguardo languido e autocompiaciuto per il coraggio manifestato nel lambire la bruttezza, il vuoto, il margine, l’assenza.  Come gli esploratori stereotipati delle vignette, lo stupore di cuocere a fuoco lento nel pentolone circondati da ingrati indigeni indifferenti al bello provoca ai malati di periferite disincanto e delusione.

Proverò, provocatoriamente, a inoculare anticorpi per vaccinare dalla periferite, in modo da affrontare i nodi di una contemporaneità difforme e faticosa che invece può diventare slancio creativo per costruire nuovi immaginari e nuove poetiche. Perché per quanti malati di periferite ci siano, ce ne sono altri autoimmuni che intervengono nei margini facendosi carne, poesia, energia, progetto. Dipende dallo sguardo. Dipende dalla poetica. Dipende dalla capacità di sentirsi abitanti degli stessi luoghi che si attraversano, disponibili all’incontro e all’ascolto.

Quando si parla di periferie urbane o di aree interne, le aggettivazioni sono spesso simili: margine, estremo, frattura, vuoto, periferico. Marginale. Da riqualificare, urbanizzare, turisticizzare, valorizzare.

Le riflessioni sulla geografia umana del terzo millennio, schiacciata tra le urbanizzazioni– le periferie urbane – e la fragilità dei territori spopolati– le aree interne –sono spesso molto simili.

Si tratta di riflessioni, discorsi pubblici, azioni che si pongono con lo sguardo del medico chiamato a curare una patologia: il degrado delle periferie, l’invecchiamento delle aree interne.

Il brutto-troppo pieno delle città, il bello-troppo vuoto dei paesi. Le discipline mediche che più si avvicinano a questo sguardo sono l’ortopedia e la chirurgia estetica: si parla di ossa, muri, strade, vuoti abbandonati da riempire. Arti artificiali da attaccare per rimettere in moto corpi che non si sostengono senza protesi di modernità.

Si tratta di bellezza da portare (nelle periferie), perché siano contenuti gli effetti di quei falansteri cresciuti disordinatamente intorno alla città del ‘900. Si tratta di bellezza da valorizzare (nei paesi spopolati) perché sia fruita e produca economia e quindi ripopolamento.

Spesso l’azione culturale sta sui bordi – schiacciata tra la retorica del brutto da abbellire o il vuoto da riempire. Spesso capita che gli stessi operatori culturali siano/si facciano manipolare.

Perché, in ogni caso, agiscono su margini che continuano ad essere concepiti come margini, frattali della modernità, peduncoli affaticati di processi inevitabili. Bisogna investirci, perché sono corpi malati ed hanno bisogno di allopatia. Bisogna compensarli, per essere rimasti così indietro.

Eppure, c’è un legame più profondo tra questi margini, tra le periferie e i paesi spopolati. Un legame che sta nella carne, più che nella pietra. Nella vicinanza più che nella distanza. Perché sono luoghi dove si sperimenta contemporaneità e nuovi modelli di coabitazione. Difficili, diseguali, faticosi ma incredibilmente contemporanei. Forse sono rimasti più avanti, perché sperimentano delle diseguaglianze globali senza avere gli strumenti – ne’ il potere – per sentirsi al centro. Producono distanza, resilienza, adattamento, fuga. Rappresentano un futuro distopico che, se sei al centro, non vedi e non percepisci.

Se non individuiamo questi legami non riusciamo neppure a capirne la cura. Continueremo a parlare di ossa, quando bisogna auscultarne la carne. Continueremo a pensare in termini dicotomici, cristallizzati, fermi: città/paese, Urbano/sub-Urbano/extra-urbano, interno/esterno, alto/basso. Non metteremo in moto dispositivi circolari, dinamici non tanto in termini di infrastrutture, servizi, economie, quanto in termini di sguardo, di comprensione. Che poi attiveranno il resto. Ma prima c’è lo sguardo di chi osserva: da quale altezza, da quale angolatura, da quale prospettiva.

Kypling scriveva che per raccogliere storie bisogna mettere l’orecchio al suolo tutte le notti. Ascoltare le vibrazioni, entrare con rispetto nelle vite degli altri.  E nelle periferie, così come nelle aree interne, le vite degli altri ci sono eccome.

Nei margini si produce contemporaneità, nascono modelli di socialità, di economia, di produzione culturale che possono diventare nuovi paradigmi. Forse.

Comunque, vale la pena indagare e comprendere quanto sia superata l’idea del margine come scarto, come vuoto. Provando a capire se in queste pratiche di resilienza non ci sia, in realtà, una nuova centralità del margine che può indicare una strada. Una traiettoria di futuro. Un’inversione di rotta.

Accostarsi alla biodiversità dei luoghi

A meno che non si agisca dentro una camera iperbarica, ogni luogo sedimenta storie, intrecci, atmosfere, desideri, conflitti, culture. Nelle periferie urbane così come nei paesi spopolati i vuoti sono assenza di pieni. Sono storie portate via, sono storie che non si sono ancora raccontate. Sono storie che si stanno producendo senza racconto. E le storie, se non sono raccontate, non esistono.

Nei luoghi “ai margini” non c’è vuoto, c’è assenza. Accostarsi alla loro biodiversità – che con processi contradditori e faticosi ricrea continuamente nuovi equilibri – significa donare la parola del racconto e svelare nuove forme di abitazione dell’umano.

Nei territori spopolati delle aree montane della Val d’Aosta, negli alpeggi isolati, lavorano prevalentemente Macedoni e Indiani. Come si intrecciano le memorie ibride di un indiano della provincia del Punjab con un montanaro di origine Valser che parla patois? Come sarà, fra dieci, vent’anni, la memoria di quei luoghi, come si trasformerà? Quali storie racconteranno i loro figli, quali immaginari culturali produrranno? Nei quartieri complicati delle città le crew di free style che usano in modo difforme lo spazio pubblico per meticciare linguaggi sono forme di produzione culturale, vanno intercettate o hanno come unico spazio quello della cultura suburbana o dello sfruttamento commerciale? Yo, Bro’, Sista’ sono già gergo che mescola mondi e culture. Provate a metterli insieme agli ultimi, anzianissimi, improvvisatori in ottava rima della Maremma o di Borbona, come abbiamo fatto qualche anno fa a Torino. Provate a mettere insieme un novantenne maremmano e un 15 enne free styler di periferia. Lanciategli delle parole, ascoltate le loro improvvisazioni. Guardate quanto si somigliano, quanto i loro canti disegnano mondi universali. Quanto ridono insieme.

Allora, le culture locali sono da preservare o da re-interpretare? Sono da fotografare o da trasformare? I territori non si colonizzano, si ascoltano. Si odiano, si amano, si rispettano.

 

I territori sono luoghi dove gli individui, gli abitanti, i cittadini ne compongono la fisionomia e l’identità perché si intrecciano, si contaminano, interagiscono tra loro. In questi luoghi abitano individui portatori di significati, biblioteche viventi di senso e di memoria collettiva. Se non vogliamo ridurre i luoghi a semplici palcoscenici è necessario investire nella loro biodiversità, che produce nuova cultura e nuovo senso. Anche sgradevole, antipatico.

Per leggerla, questa biodiversità, bisogna adottare un diverso paradigma interpretativo. Bisogna smetterla di parlare di centro e di periferie, di cultura alta e cultura popolare. Bisogna superare le gerarchie concettuali che hanno caratterizzato molte politiche culturali in Europa negli ultimi decenni.

Per chi ha letto la biografia di Josephine Baker, straordinaria icona del metissage americano, è facile ricordare i bassifondi di New Orleans dove un giovane e poverissimo trombettista– Louis Amstrong – emetteva suoni “per negri” dalla sua tromba ai bordi delle acque melmose del Mississippi, mentre Josephine bambina danzava a piedi nudi nel fango. Perché il jazz e il blues erano roba da “negri”, disprezzati dai rigidi Wasp dei “twenties” americani. Soltanto a New York, e molti anni dopo, il pubblico bianco, protestante e anglosassone irruppe nei teatri di Harlem per ascoltare la magia delle note di Louis. E soltanto nella Parigi libertaria del secondo dopoguerra Josephine venne celebrata come artista, e non come fenomeno esotico con il gonnellino di paglia.

Gli ingredienti per apprezzare e valorizzare la biodiversità culturale sono tanti. Intanto bisogna avere, pretendere, creare luoghi dove produrre e innestare creatività. Accessibili, democratici ma non tristi: la scintilla creativa nella tristezza si smorza. Per non essere tristi devono essere pieni, condivisi, curati e amati. Non necessariamente costosi e neppure glamour. Basta che non cadano a pezzi, che siano pieni di vita e che mischino pubblico, generi, competenze e professionalità

Poi serve che la cultura in periferia non sia sempre abbinata alle parole disagio, sociale, contenimento, insicurezza. Altrimenti succede quello che mi è capitato tempo fa, chiacchierando con alcuni adolescenti di periferia: «Ma noi stiamo nel disagio o no?». Se a 15 anni non si sogna di diventare il più bravo skater del mondo o il più famoso ballerino della storia e ci si interroga se si entra nella categoria del disagio, c’è qualcosa che non funziona. In noi, non in loro. Quando si deprimono i sogni, si ignorano le comunità di desiderio, si mortificano le aspirazioni non c’è arte, non c’è cultura e non c’è neppure troppa vita.

Ci vogliono porte aperte, spalancate. Marciapiedi invasi di occasioni. Piazze stracolme di opportunità. Basta fare fuori quello che già si fa dentro. Basta dismettere il caschetto coloniale degli esploratori dell’ignoto e farsi carne, luogo, partecipi di un’umanità che cerca equilibri, come i funamboli sospesi su una corda.

Gli stessi abitanti, le stesse memorie

Il legame tra paesi e periferie non è geografico, è sentimentale.

Gli abitanti delle periferie generalmente sono coloro che hanno abbandonato paesi. Sono i loro figli, sono quelle culture, abitudini, lingue, dialetti, storie, memorie che sono entrate nella città per diventare meticce, intrecciate, conflittuali, affaticate. Le periferie sono abitate da viaggiatori del tempo, che hanno un altrove in cui tornano temporaneamente per qualche generazione – fino alla terza di solito – per poi svanire nei racconti di famiglia. Nelle città del ‘900 spesso si sono ricostruite, tra palazzi di 10 piani e case di ringhiera, quelle comunità di compaesani che, nella prima generazione di arrivi, ritesse legami di vicinato. Non c’è mobilità nelle periferie italiane: si esce dal quartiere quando c’è mobilità sociale, ma tendenzialmente si resta. Il quartiere diventa luogo identitario, legame sociale, rete di relazioni tra consimili. Quando arrivano altri compaesani – l’immigrazione dal mondo – il meccanismo spesso si inceppa, produce conflitto. Talvolta, invece, dà luogo a relazioni inedite e straordinarie. Dipende dallo sguardo, dalla capacità di riconoscersi in quei viaggiatori del tempo appena arrivati. Non è affatto scontato e non è affatto facile. Perché i margini sono margini, e chi si sente ai margini non vuole fare spazio ad altri che arrivano.

Nei cassetti di quelle case di periferia sono conservate le fotografie di quei paesi spopolati. In quelle fotografie i vecchi abitanti non riconoscono i volti di chi è appena arrivato. Ricucire i margini, anche attraverso l’arte, significa dare parola a quelle fotografie e costringerle a fare i conti con il mescolamento, con il presente e l’assenza di paura.

In questo legame non c’è vuoto da riempire, bensì un’enorme assenza da ricostruire. Assenza di riconoscimento, di linguaggi comuni, di emozioni condivise. Un gigantesco, enorme spazio di creazione di nuovi immaginari e nuove poetiche potenzialmente generatrici di un nuovo modo di abitare i luoghi.

Fare cultura nei margini: entrare in punta di piedi con il coraggio della radicalità

In questi tanti anni di lavoro da rigeneratrice urbana – assemblatrice di saperi, competenze e scintille nei quartieri multimulti delle città italiane – ho intercettato, promosso, accompagnato, studiato moltissime proposte innovative che intendevano intervenire nelle dinamiche sociali e culturali delle aree complicate delle città, con l’intento di esprimere attraverso la performance o il linguaggio dell’arte una sensibilità sociale al conflitto, alla multicultura, alla difficoltà del vivere.

Chi si occupa di rigenerazione urbana ha la consapevolezza di dover usare il tempo. Lungo, perché ha a che fare con uomini, donne, conflitti, culture, abitudini, rabbie, tensioni. Il tempo implica la maturazione, lentissima e faticosa, di sprazzi di dubbio, di relazione, di conoscenza, di rispetto e riconoscimento dell’altro. Il tempo della rigenerazione urbana ha a che fare con i tempi di una moltitudine di individui e di comunità spesso in conflitto, impaurite e rabbiose, creative e ottuse.

Quello che serve è il processo. Per riuscire a governarlo – o almeno a capirlo – il processo non deve mai essere lasciato solo. Deve sedimentarsi, lasciare cadere la polvere sollevata dopo la scossa. L’arte, lo sguardo dell’artista può essere quella scossa, ma la polvere deve ricadere sulla comunità coinvolta lasciando qualcosa di nuovo. Di inedito. Un modo diverso di guardare le cose e immaginare la propria vita. Deve aiutare a ricostruire comunità di desideri.

Questo significa con fatica costruire un linguaggio comune, fare ognuno la propria parte, non offendersi, rispettarsi. Fidarsi.

Posso provocatoriamente dividere in due categorie gli operatori culturali con cui sono entrata in contatto:

– Gli esploratori dell’esotico, che portano LO SBARCO SALVIFICO DELL’AZIONE CULTURALE – con il paternalismo degli ammalati di “Periferite”. Generalmente lo sbarco salvifico non produce nulla, nella comunità di prossimità. Viene lambito dall’indifferenza. Oppure suscita reazione, rancore “volete farvi belli sulla nostra pelle”. “Periferici sarete voi”. E’ il “mordi e fuggi” che produce autocompiacimento, ma non genera cambiamento. Si tratta delle operazioni culturali che entrano nei margini trasformandoli in palcoscenici, con gli abitanti che si sentono cavie da laboratorio. Esercizi di stile e di delusione. Nel pentolone, circondati da indigeni ingrati, si prega che un critico parli di noi e del nostro coraggio.

– I militanti della complessità: IL “X RE-GENERATION FACTOR[1]: L’IMMAGINAZIONE DELL’ARTISTA NEL RAPPRESENTARE LA COMPLESSITÀ URBANA”. Fattore determinante, perché può offrire una straordinaria opportunità di cambiare punti di vista, di alterare gli stereotipi, di rappresentare la complessità.

In questo caso l’azione culturale si innesta dentro una complessità sociale da rispettare, capire, vivere fino in fondo. Agire nella complessità è come una gravidanza travagliata piena di dubbi, paure e sogni, fatica e fantasia. Al momento del parto, si sa già che tutto è appena cominciato e durerà tutta la vita.

In questo caso si scatena magia. Si producono scosse che alzano polveri e fanno sedimentare cambiamento. Quando l’azione artistica è sovversiva e radicale, intensamente partecipe alla complessità sociale su cui interviene, allora la scossa è generativa.

Gli operatori culturali non sono e non devono essere degli operatori sociali (in questo devono saper evitare la manipolazione del potere che li blandisce come “ammortizzatori sociali” – animatori territoriali: meno soldi, meno qualità e un po’ di pacche sulle spalle).

Tuttavia, se ritengono di produrre e agire in uno spazio sociale aperto alle moltitudini dolenti e usano l’X regeneration Factor come strumento di slittamento e produzione di immaginari, devono essere interessati alle dinamiche sociali reali ed agli effetti che la loro opera produce. Anche quando l’impatto è diverso, difforme, stonato rispetto al punto di partenza. Quando succede, è una bomba. Produce bellezza, perché produce reazioni a catena di umanità inedita. Soltanto se, e quando, l’x-regeneration factor non rinuncia al rigore della qualità ma abbraccia la moltitudine disordinata dei luoghi, scatta la scintilla.

Essere chourmo, rematori della galera

Come scrive Jean Claude Izzo parlando di Marsiglia:

“Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide.

Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere”.

 Sono molti i luoghi dove non c’è niente da vedere, non c’è bellezza da fotografare. Sono molte le faglie, i margini dove bisogna schierarsi, violentemente appassionarsi.

Quando la produzione culturale condivide, si schiera, si appassiona, allora davvero la bellezza di svela e produce cambiamento.

A Marsiglia, racconta Izzo, si deve essere Chourmo. In provenzale significa ciurma: i rematori della galera. Il suo scopo è che la gente si incontri, “si immischi”, degli affari degli altri e viceversa. Esiste uno spirito Chourmo: non sei di un quartiere, di una periferia. Sei chourmo, nella stessa galera, a remare. Per uscirne fuori, insieme.

Quando l’azione culturale si fa Chourmo, prende parte al Chourmo, gli dona una scintilla di immaginario allora esplodono energie e, forse, si può fare anche un po’ di rivoluzione.

Per vaccinarsi dalla periferite, bisogna sentirsi Chourmo. Per uscirne fuori, insieme.

[1] L’espressione “X-regeneration factor” è di un artista canadese che individuava il ruolo e il compito dell’arte, dello sguardo creativo, come dispositivo per cambiare immaginari e produrre cambiamento. Un fattore -X che soltanto lo sguardo alieno e sovversivo dell’arte può scatenare

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