14
Set
2011
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La città, le 12 porte, i 12mila stadi e i popoli della Terra

Andrea Sarubbi mi fa un regalo prezioso. Lo incontro alla Festa Democratica di Padova dove siamo stati invitati ad affrontare quei temi scomodi che, finalmente, non abbiamo più paura di discutere: immigrazione, cittadinanze, seconde generazioni, processi di integrazione. 

Ormai gli abitanti di  #Sucate sono venuti allo scoperto e non hanno più nessuna voglia di far finta di non esistere. Affrontano le contraddizioni del cambiamento e chiedono alla politica di occuparsene. Chiedono soprattutto al centro-sinistra e al PD in particolare di metterli al centro della discussione e dell’azione politica.

I #sucatesi abitano le periferie, sono italiani da sempre o da poco, si interrogano sul futuro loro e dei loro figli, riconoscono i loro vicini di casa, ne condividono  le condizioni materiali e sociali dell’oggi. Hanno paura, fanno fatica, litigano ma i  #sucatesi, sia detto per inciso, sono spesso più avanti e più capaci di quanto si pensi di mettersi in gioco.

Io e Andrea ci incontriamo spesso, in giro per l’Italia: a lui il merito della proposta di Legge che porta il suo nome, oltre a quello di Granata di FLI, sulla cittadinanza ai figli dell’immigrazione, ai nuovi italiani.

Naturalmente, questa volta senza se e senza ma, è  una proposta di legge da approvare subito, appena gli omini verdi e azzurri la smetteranno di far danni. Subito, perché è conveniente (oltre che giusta): un milione di ragazzi la stanno aspettando. Ora. E non sono disponibili (come me del resto) a capire le ragioni tattiche degli eterni rinvii. Le urgenze del nostro tempo vanno affrontate con serietà, lungimiranza e senso di responsabilità. E questa è una di quelle urgenze che non possono più sopportare i distinguo.

Eccolo, il regalo di Andrea: una citazione del cardinal Martini che non conoscevo. Che parla di città e mi conferma che occuparsi di cittadinanze, quartieri e urbanistica (l’ho detta, la parola che mi fa paura) significa tentare di tenere insieme il brulichio disordinato e dinamico della civitas con la complessità dell’urbs, della  forma, delle funzioni, degli interessi e del futuro della città.

La meta del cammino umano non è ne’ un giardino ne’ la campagna, per quanto fertile ed attraente, ma la città. E’ la città descritta nell’Apocalisse, con dodici porte, lunga e larga dodicimila stadi; una città dunque in cui sono chiamati ad abitare tutti i popoli della terra. Di giorno le porte non saranno mai chiuse e non ci sarà più notte (Ap 21,25). Non occorre necessariamente avere davanti agli occhi una città ideale, ma almeno un ideale di città. Una città fatta di relazioni umane responsabili e reciproche, che ci stanno dinnanzi come un impegno etico. La città non è, dunque, il luogo da cui fuggire a causa delle sue tensioni, dove abitare il meno possibile, ma il luogo nel quale imparare a vivere. (…)”. (“Verso Gerusalemme, ed. Feltrinelli)

In questa città ci sono 12 porte: 3 per ogni punto cardinale. Perchè la città è connessa a quello che gli sta intorno e non può pensare di bastare a se stessa. Le porte sono aperte: ai city users, ai nuovi abitanti, a chi vuole scommettere sul futuro della città. Ci sono tutti i popoli della terra: la pluralità e la diversità come elemento vitale della vita urbana. Ci sono il giorno e la notte che dialogano tra di loro: perché i tempi della città sono continuamente in cerca di equilibrio e rimescolamento. C’è la responsabilità e la reciprocità che devono connotare le relazioni tra i pezzi, gli sfridi, i diversi interessi che connotano lo sviluppo e la vita urbana. Nella città si impara a vivere, se la si abita e la si percorre.

La città ideale non esiste ma è indispensabile produrre un ideale di città. Una visione, una prospettiva, un modo di tenere insieme i popoli della terra, le 12 porte, i 12 mila stadi, il giorno e la notte, le tensioni e la vita, il lavoro e la produzione, la ricchezza e la povertà, la sostenibilità e la trasformazione, la coesione e la competitività.

Avendo io un filtro di lettura tutto politico e laicamente umano, che poco ha a che fare con la sacralità del Divino,  trovo la Gerusalemme del cardinal Martini una straordinaria metafora per raccontare di cosa abbiamo bisogno. Di una visione che produca senso, che tenga insieme, che intervenga sulla forma della città per  renderla adatta alla forma della civitas, adeguata ai tempi, capace di generare  modernità e senso. Una visione adattiva e non regolativa e basta, capace di “corrompersi” alla luce delle dinamiche e delle opportunità che cambiano ma che aborre il termine dal punto di vista etico e morale.

Cosa voglio dire? Regalo un’altra citazione, questa volta di Daniel Picouly, scrittore francese di origine meticcia nato e vissuto in una banlieue parigina. Quelle citès risultato del poderoso processo di pianificazione urbana che in Francia ha prodotto gli agglomerati periferici di case popolari – HLM si dice – che ogni tanto esplodono ma sempre producono fatica, conflitto, esclusione e marginalità. Se non ci credete andateci: ciascuno di noi, cresciuto nei serpentoni di cemento lontani dalla città valorizzata e densa, si sarebbe fatta la domanda di Daniel. E, lì, c’è stata una pianificazione dell’urbs così potente da diventare irreversibile nel momento in cui milioni di persone hanno cominciato ad abitarla.

Dice Picouly “quando ero piccolo mi chiedevo sempre cosa pensasse di me l’architetto che ha deciso che io dovessi vivere in un posto come questo”.

Per evitare che ci siano tanti Daniel che prima o poi – attraverso la letteratura o il conflitto – si chiederanno la stessa cosa, il tema è come produrre un ideale di città coinvolgendo le comunità di saperi che possono contribuire a generarlo. 

Serve coinvolgere, tra l’altro, anche i tanti Daniel che abitano la città (e sono 40.000. Il 57% dei nuovi nati a Torino ogni anno) e per il momento aspettano che la Sarubbi-Granata faccia il suo corso e che fra dieci-quindici  anni saranno grandi abbastanza per lavorare, usare i servizi, mettere su famiglia, andare ad abitare da qualche parte, comprare casa e aprire un mutuo. Se questo paese avrà interesse a dare futuro ai propri giovani, che si chiamino Daniel, Mohamed o Salvatore. E se saprà investire sull’ugaglianza e la mobilità sociale come strumento anche di crescita economica e sviluppo, e non solo di giustizia sociale. Richard Florida – economista americano – parla delle 3 T come fattore di sviluppo delle aree urbane (Tolleranza, Talenti, Tecnologia). Aggiungiamoci la quarta T di Torino.

Comunità di saperi significa competenze, tecnica, pensiero, interessi, buone pratiche, rischio, investimenti, trasparenza, condivisione, complessità degli obiettivi e semplificazione dei processi, ascolto ma responsabilità delle decisioni. Significa politica, restituendo a questa parola il suo significato generativo: politica che viene da polis – sforzo collettivo di produrre bene comune.

Penso che Torino questo sforzo l’abbia fatto e lo stia facendo.  Al netto dei diversi punti di vista che potrebbero discutere all’infinito di cosa si è fatto, se si sarebbe fatto meglio, se si debba fare di più e come.

Le discussioni all’infinito non sono generative, perché si sa che le linee rette si incontrano all’infinito e di fatto non si incontrano mai.

In questa fase confusa nella quale la stessa visione della modernità e dello sviluppo globale scricchiola un po’ ovunque, abbiamo la straordinaria opportunità di intersecare i paradigmi e provare, qui ed ora, in quell’angolo di strada o in quel pezzo di area dimessa di coinvolgere la comunità dei saperi. Che è fatta di abitanti vecchi e nuovi, di investitori privati con i loro interessi, di produttori di servizi e lavoro, di organizzazioni sociali, di urbanisti, architetti, sociologi e economisti, di politica e le sue rappresentanze, di istituzioni, di culture e sensibilità. E’ fatta di un patrimonio collettivo di saperi, tecniche, culture e punti di vista che vale la pena mettere in gioco. 

E’ fatta  di responsabilità..

Per produrre non tanto una città ideale ma almeno un’ideale di città.

E sia chiaro, quello che scrivo è il canovaccio della premessa. Perché viviamo un’epoca in cui le domande sono più delle risposte e, come diceva Sergio Leone :”Nell’West non sono indiscrete le domande, a volte lo sono le risposte”. Se non si tenta di individuarle collettivamente, può succedere.

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