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Call me Ismahel, una storia di resilienza

Pubblicato su Che- Fare, 7 agosto 2017

https://www.che-fare.com/ilda-curti-call-me-ismahel-storia-resilienza/

Sono di Dakka, Bangladesh. Sono arrivato nel 2004 a piedi dalla Russia, ho attraversato confini e montagne. Adesso vi servo spaghetti cacio e pepe, perché i tonnarelli sono troppo spugnosi

Ismahil Sikder sorride quando racconta la sua storia. In realtà sorride sempre con una smorfia da ragazzino e molto senso dell’umorismo.

Ha 35 anni ed il suo viaggio da Dakka è cominciato quando ha deciso di studiare architettura in Russia, ultimo di 6 fratelli, per poi rendersi conto che non poteva permettersi lunghi anni di studio. Allora è partito, a piedi, ed ha raggiunto il fratello già emigrato a Torino.

Qui è cominciata una storia di resilienza, di cambiamenti, di fatica: lavapiatti, scaricatore al mercato, ambulante di frutta e verdura. Una storia come ce ne sono centinaia di migliaia, fatta di lavoro duro, giorno e notte.

Se non che Ismahil ha gli occhi che ridono ed una grande capacità di imparare. Per anni fa il lavapiatti e osserva il lavoro degli chef. Li affianca ed impara a cucinare piemontese: vitello tonnato in salsa antica, bolliti, arrosti. Comincia presto a tirare la pasta, fare i tajarin e impastare gli gnocchi.

“lavavo centinaia di piatti e riordinavo la cucina ma stando accanto allo chef ho imparato i segreti della cucina piemontese”

Però questo non gli basta: vive in Piemonte e non potrà mai competere in un territorio che ha fatto della cultura del cibo e del bere un elemento costitutivo di identità e marketing territoriale. Slow Food è nata qui, Terra Madre ed il Salone del Gusto hanno creato – che piaccia o no – un humus fertile di innovazione culinaria ed enogastronomica, che parte dalla tradizione locale e la reinterpreta.

Lavora – ne cambia mille nei primi anni – e frequenta l’Istituto Alberghiero. Entra come lavapiatti nel ristorante di cui oggi è proprietario, affianca il cuoco e impara.

Ismahil non si accontenta: ha in testa un progetto imprenditoriale e non vuole fermarsi. Resiliente, certo. Capace di sviluppare competenze adattive. Però ritiene che essere giovani e determinati in un mondo libero sia sufficiente per pensare in grande. Parla di business, di mondo, di cibo, di competenza. Non vuole rinchiudersi nel recinto della ristorazione etnica.

Fa – senza chiamarla così – un’indagine di mercato nella ristorazione torinese e si rende conto che – tra l’offerta plurale e di qualità che offre la città – manca un buon ristorante di cucina romana e laziale.

Non organizza Focus Group, non commissiona desk research ma annusa informalmente i bisogni dei clienti e capisce che ci vorrà tempo ma è così che si fa impresa: individuando i segmenti scoperti del mercato, investendo nella qualità, acquisendo competenze.

Convince il proprietario a cambiare menù, a specializzarsi e a dare identità culinaria al ristorante. Va a Roma per un periodo, si fa ospitare da suoi connazionali e nel frattempo affianca chef specializzati. Prende contatto con i migliori produttori laziali di pecorino romano e guanciale. Inizia a cucinare e quando il proprietario decide di ritirarsi lui subentra, investendo i risparmi di una vita resiliente e determinata.

Adesso è proprietario del Ristorante Cacio e Pepe – specialità cucina romana e laziale. Ha 8 dipendenti, ragazzi torinesi di ogni nazionalità, italiani compresi. I suoi bucatini sono strepitosi, la gricia un inno alla vita. Il pecorino arriva da un paese agricolo del Lazio e se glielo chiedete vi spiega a quale temperatura e grado di umidità va conservato perché mantenga le sue proprietà.

Nel frattempo si occupa della sua piccola comunità bengalese – a Torino non sono moltissimi e sono di immigrazione recente. Apre insieme ad altri una piccola sala di preghiera, la Moschea dar-Al-Salam frequentata prevalentemente da connazionali che condividono una lingua e la nostalgia.

Perché non è superfluo ricordare che i bengalesi non sono arabofoni , che non tutti gli arabi sono musulmani e non tutti i musulmani sono arabi. E un bengalese ed un marocchino che vivono in Italia comunicano tra loro in italiano, anche se recitano in arabo classico le Sure del Corano, a dispetto dell’ossessione securitaria di imporre i sermoni nelle moschee in italiano. Già succede, perché i fedeli musulmani nelle nostre città provengono da almeno tre continenti, i figli sono madrelingua italiani e c’è la necessità di comunicare tra differenti.

Nella piccola moschea è appeso uno striscione, all’ingresso: “ Chi uccide non è musulmano, è solo un assassino”.

Ismahil è in attesa che sua moglie lo raggiunga definitivamente a Torino, nel frattempo lei si è laureata a Dakka.

Racconta che non riesce più a mangiare bengalese: troppo speziato e ormai il suo palato è italiano. Diventare italiani per palato – e non ancora per legge – ha qualcosa di vagamente amaro e poetico insieme: il cibo è costitutivo di identità, è la Madeleine degli esuli e dei giramondo.

Ismahil sorride perché ce l’ha fatta: ha creduto nel sogno americano. Quello che non c’è. Quello che come una retorica stanca – buona per serie tv e film lacrimevoli – disegna miraggi in terre di disuguaglianze. Come il volo del calabrone, che per la scienza non può volare ma non lo sa e vola lo stesso, Ismhail vola, crea occupazione, fa impresa.

Call me Ismahel. È una bella storia, di resilienza e scommessa nel futuro.

Poi, mangiare ottimi spaghetti cacio e pepe cucinati da uno chef bengalese, serviti da una giovane di sala italiana o rumena, fa sembrare il mondo un po’ meno angusto e incarognito.

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