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Mag
2012
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E quindi? Se il riformismo rivoluzionario pervadesse la #prossimaitalia

 «L’utopia deve accettare il giogo della realtà, deve essere inquadrata nei fatti. Ogni idea astratta deve trasformarsi in un’idea concreta; ciò che ogni idea perde in bellezza, lo acquista in utilità; viene rimpicciolita, ma è più efficace. Bisogna soprattutto che il diritto si faccia legge e quando il diritto è divenuto legge si palesa assoluto. Per me, questo è ciò che io definisco il possibile». Victor Hugo, i novantatrè

La politica, come esercizio nobile di governo della polis, dovrebbe avere la responsabilità di rispondere alla domanda: “e quindi?”. O, in linguaggio più cosmopolita: “so what?”. Vale a dire: cosa, come, in che modo? Con quali risorse, con quali strumenti legislativi, normativi, regolamentari? Con quali prospettive, con quali tempi che non siano solo dettati dai sondaggi, dal consenso giorno per giorno e dalle campagne elettorali? Facendo quali passi indietro, quali avanti? Cominciando da dove?

 I singoli cittadini hanno diritto alla rabbia, al disorientamento e alla rappresentazione parziale della complessità. Le classi dirigenti – tutte e non solo quelle politiche – hanno, al contrario, responsabilità collettive. Hanno il dovere di accettare il giogo della realtà e trasformare idee astratte in idee concrete: perdendo in bellezza ma acquistando utilità. Dovrebbero sentire sulle spalle la fatica di rispondere alla domanda “e quindi?”, “So what?

 Con il mio mondo di sinistra, solidarista, movimentista e tutti gli altri -isti che vengono in mente sul cosa sono anche abbastanza d’accordo. Non su tutto, ma l’orizzonte è tendenzialmente quello.

Molti principi io, personalmente, li condivido: nuovo modello di sviluppo, piena occupazione, no al precariato, tutele e diritti, solidarietà, legalità, no consumo di suolo, beni comuni. WOW. Si può essere contro? Io no. Aggiungo che sono anche per la pace nel mondo, per l’armonia universale e per la lotta agli squilibri globali.

Però vivo con crescente irritazione l’enunciazione di principi generali. Mi scatta immediatamente la domanda: “e quindi?”. I principi mi stanno stretti, come un vestito di una taglia più piccola, se non sono capaci di indicare una strada. Se stanno lì, tondi come una sfera, impenetrabili e soli.

Mi piacciono di più le scale di grigio, gli sfridi in cui inserire piccole porzioni di cambiamento. Le figure geometriche irregolari su cui sforzarsi di misurare il perimetro e dare un senso. Perché il nostro tempo è condannato alle scale di grigio e penso che sia lì che si misuri la capacità di andare oltre e di offrire una visione progressista del futuro.

Propongo un gioco: tracciamo una linea con il gessetto e mettiamo tutti quelli che sono d’accordo da una parte e quelli contro dall’altra. Bene, non perdiamo tempo con chi sta dall’altra, che al massimo dobbiamo convincere o isolare.

Con tutti quelli che stanno da questa parte della linea vorrei discutere del come e litigare su questo invece che passare il tempo a difendere il fatto che sto da questa parte e non dall’altra.

Detta in altri termini vorrei che le nostre energie individuali e collettive, politiche e sociali le mettessimo a disposizione della #prossimaitalia individuando soluzioni e non narrando narrazioni (mi scuso per il bisticcio, ma le parole sdrucciolano quando non trovano ostacoli di contenuto).

Credo sia urgente rispondere alla domanda “e quindi?”. So what? Come facciamo? Come riformiamo questo paese impaurito e sconnesso? Da dove cominciamo e cosa facciamo domani, oggi, passo dopo passo?

L’insostenibile solitudine del riformismo in questo paese ha impedito qualsiasi cambiamento, qualsiasi ingresso in una modernità meno becera e meno s-governata.

La modalità concettuale è sempre la stessa, comunque la si applichi. Gli strumenti legislativi, politici che abbiamo sono inadatti a governare il cambiamento. Di fronte alle necessarie riforme si aprono due scenari: rispetto alle questioni che stanno ai diritti e agli stili di vita qualcuno fa i conti con il consenso e reputa poco conveniente affrontarli. Su altre questioni si agita lo spettro che gli strumenti nuovi potrebbero essere peggio di quelli vecchi e quindi non si cambia niente. Non funzionano, sono elusi, aggirati ma ci salviamo l’anima a tenerli così.

 Nel frattempo c’è chi usa la clava, chi sbriciola welfare, diritti, tutele lasciando macerie di stato sociale, di coesione e happiness collettiva. Dall’altra parte della linea c’è chi, specularmente, è ancora convinto che basti dare una spolverata qualche ricetta neoliberista e tutto magicamente ritorna a posto. Offre risposte jurassiche alle sfide del nostro tempo. E non si accontenta di questo: pensa ancora che il problema stia nel costo che la nostra parte mondo ha investito per mandare a scuola Oliver Twist e impedirgli di lavorare a 12 anni, di essere licenziato a 50 o di essere curato dalla collettività se vecchio e malato. Piccolo mondo antico, anche quello. Ingiusto e anche antico.

Passa il primo pifferaio magico dalle note stridenti e urlate e un bel pezzo di quelli che stanno da questa parte della riga si mette in fila senza chiedersi nemmeno quale sia la direzione e chi siano i compagni di viaggio.

 Noi invece stiamo a discutere sul confine: dove metterlo e chi è autorizzato a stare dentro.

Nell’impossibilità di accettare il cambiamento non mettiamo in campo nessuno strumento per governarlo. E rimaniamo così, sull’orlo del default, guardandoci in cagnesco. Continuiamo a litigare su chi è più a sinistra, se noi siamo di sinistra o se lo sono gli altri. Ritenendo irrinunciabile la bellezza dell’utopia che non fa i conti con il giogo della realtà.

All’approssimarsi delle scadenze elettorali questa discussione si infervora. Ma non ne risolve uno, dei problemi del nostro tempo. Nemmeno uno. Se non restituire a qualche anima bella la propria immagine riflessa dallo specchio. Come Dorian Gray, così ci si sente giovani per sempre. E forse si guadagna qualche zero virgola nel tabellone elettorale.

Ecco, nella #prossimaitalia vorrei che da questa parte della linea si entrasse nel brown, nella melma delle contraddizioni, della fatica e della traduzione dei principi generali in risposte concrete. Vorrei che qualsiasi affermazione di principio rispondesse alla domanda “e quindi? Cosa, come, con quali risorse e strumenti?”. Vorrei che si facessero i conti con il possibile tenendo in tasca una bussola etica per orientarsi.

Ho un disperato bisogno di pensiero riformista. Perché oggi essere riformisti cercando il bene comune rischia di essere un orizzonte rivoluzionario.

Nella #prossimaitalia facciamola questa rivoluzione. Diventiamo capaci di interpretare il nostro tempo. Secondo me anche gli elettori ci capirebbero di più. E i pifferai magici potrebbero anche suonare a vuoto.

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