11
Apr
2011
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A Porta Palazzo c’è il mondo intero: lavora con noi ma non può votare

Porta Palazzo è la piazza, il mercato, gli odori di pesce, di menta, di pane caldo. Mabruch, Cerèa, solo per oggi due Leuri, kiwi di Saluzzo, olive di Cerignola e salsicce affumicate come a Timisoara.
Porta Palazzo è un’esplosione di umanità e di contraddizioni. Di passione e di fatica. Di luci e ombre. Porta Palazzo se non ci fosse bisognerebbe inventarla, perché c’è tutto quello che serve a Torino ma che nessuno vuole sotto casa. Così mi diceva, anni fa, un operatore commerciale del Balon, malato come tutti dello spleen che viene a chi è di queste parti.

Oggi pomeriggio Porta Palazzo sembrava Marsiglia: c’era la brezza, il caldo, i flussi di gente che camminava, rovistava, si urtava, chiedeva permesso, rispondeva innervosita. Porta Palazzo sembrava Porta Palazzo, bella e complicata come sempre. Ci siamo trovati in mezzo al mercato, in tanti. Come sempre succede basta cominciare a parlare che altri si fermano, chiedono, interrompono, discutono. Si formano capannelli, le discussioni si intrecciano. Piero Fassino spiccava in altezza e in autorevolezza. Ascoltava, rispondeva, chiedeva.

Il percorso interrotto da molte parole, domande, riflessioni si è snodato tra dentro e fuori: il Quinto, l’Orologio, il nuovo Fuscas (come lo chiamano da queste parti) meglio detto Palatinum. Dalla terrazza si abbracciavano le Alpi, Superga e il mare colorato del mercato, bellissimo. Presto diventerà un ristorante, quell’ultimo piano. Stay tuned: potrebbe diventare uno dei posti più belli di Torino. Uno di quei posti che i torinesi richiamerebbero con quell’orgoglio timido che li contraddistingue: a Parigi ci invidierebbero un posto così. Vediamo, lavoriamoci, crediamoci. Ci piace un mucchio essere invidiati dai parigini.

Mentre il capannello principale discuteva con Piero, piccoli gruppetti discutevano a lato: tutti insieme a Porta Pila, il sabato, non si può stare. Troppe cassette, carrellini, passeggini, sporte della spesa, signore affaticate, passaggi veloci. Bisogna occupare gli spazi residui, tra un banco e un furgoncino.

Vengo attratta da una bambina che si avvicina, trascinando per mano il suo papà. “L’ho visto in televisione, voglio vederlo da vicino”. Lei gli parla in italiano, lui le risponde in arabo. Mi chiede con gli occhi chi è. Si avvicina un connazionale del padre “era ministro con il Governo Amato, della Giustizia. Uno bravo. Adesso è candidato a sindaco”. E insieme cominciano a parlarmi con una competenza sorprendente della politica italiana, dei rapporti di forza tra partiti. Uno dei due mi dice “l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa che non concede il voto agli immigrati. Eppure siamo qui, paghiamo le tasse. L’Italia è un po’ indietro su queste cose”. E come dargli torto, quando a quasi 5 milioni di abitanti è negata la voce di partecipare alla vita politica del posto in cui vivono e crescono i loro figli? Ci siamo lasciati così: “Mabruk, auguri. Vincete anche per noi. Che siamo italiani perché l’Italia la amiamo”.

A poche centinaia di metri da lì, in Via Urbino, la Lega Nord oggi pomeriggio esibiva Borghezio, che con il megafono urlava contro il Centro Islamico e gli islamici che si annidano a Porta Palazzo. Come sempre, allo scoccare della campagna elettorale, indossano gli scarponi chiodati ed entrano nelle paure raccontando di immigrati famelici e di invasioni prossime e venture.

“Mabruk, auguri. Vinceremo anche per voi e per questa bambina che ha visto Fassino in televisione e oggi pomeriggio l’ha conosciuto”

Se volete sapere cosa è successo a Porta Pila in questi anni: portapalazzo

 

 

 

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