12
Giu
2012
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Sul rinnovamento, la Terza Repubblica, la sinistra, Ugolino e il fratricidio di Saba

“Poscia che fummo al quarto dì venuti
Gaddo mi si gettò disteso a’ piedi,
e disse: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

 Umberto Saba sostiene che gli italiani non sono parricidi ma fratricidi. Chiedono al padre il permesso di uccidere i fratelli. E perpetuano una maledizione antica che, da Romolo e Remo passando per Mussolini e i socialisti, questi ultimi e i comunisti, ha impedito vere rivoluzioni capaci di affrancarsi dai padri per affermare le ragioni dei figli.

Figli che dovrebbero essere uniti dal fatto di essere venuti dopo, solidali nel loro essere generazione successiva. Capaci, in fondo, di imporre ai padri le questioni del loro tempo senza aspettare benedizioni o scomuniche.

Ricordo un bell’articolo di Gianni Cuperlo, triestino come Saba, nel quale rifletteva, anni fa, sul ricambio generazionale e sulla necessità di fare i conti con questa maledizione soprattutto nel perimetro della sinistra italiana.

 Aggiungo un elemento che secondo me sta sullo sfondo e che rende questa maledizione ancora più attuale.

Gli attuali padri appartengono ad una generazione che ha saputo o si è trovata nelle condizioni di ribaltare i propri padri e maestri. Per tante ragioni: perché era inevitabile, perché in America e in tutto l’Occidente stava succedendo. Perché la storia va così.

Hanno trovato padri nodosi, tignosi e Resistenti. In tutti i sensi. Hanno anche avuto, però, padri che sapevano ancora che la partenogenesi non esiste negli affari umani e la trasmissione ereditaria dei gameti è essenziale per la sopravvivenza della specie. Li hanno sfidati e messi alla prova. Non si sono arresi in fretta: hanno pugnato e combattuto per evitare la presa del Palazzo d’Inverno.

 In ogni caso, ad un certo punto, quella generazione c’è entrata, in quel Palazzo, ha coperto dei vuoti e li ha occupati tutti. Nella politica, nelle università, nella cultura, nella società, nell’economia, nelle arti e nel sapere. Nell’editoria così come, in generale, nei posti di comando.

Ha saputo farsi spazio, senza dubbio.

Per riprodursi – perché un po’ per tutti scatta inevitabilmente l’orologio biologico della riproduzione – ha scelto non necessariamente i più forti, i più adatti a garantire la sopravvivenza delle specie futura, ma spesso i più consenzienti a non mettere in discussione la propria.

 È la generazione dei  giovani per sempre, quella della meglio gioventù. Quella che ha interpretato 40 anni fa il cambiamento e da allora in poi continua ad esserne interprete.

 Chi è venuto dopo ci ha fatto i conti. Ha fatto a meno dei padri e dei maestri non per scelta, per vocazione antiautoritaria o per particolare ribellismo. Non ne ha trovati molti a disposizione. Si è arrangiato come poteva e, come spiega l’etologia, di fronte al branco guidato da lupi alfa-alfa che nel frattempo e loro malgrado incanutivano ha pensato di sopravvivere da solo, ha abbandonato il branco oppure ci si è messo in mezzo senza dare nell’occhio.

Nel frattempo cambiavano il mondo, i paradigmi consolidati, le Repubbliche italiane si susseguivano senza date certe dell’inizio e della fine. La velocità, la complessità, le contraddizioni di quello che stava succedendo erano evidenti a tutti.

Però i lupi alfa-alfa, quelli giovani per sempre, affondavano solidamente le loro radici in una narrazione che non lasciava spazio a quella dei giovani lupi, che d’altro canto continuano a fare fatica ad averne una loro.

 Perché i  giovani lupi sono nel migliore dei casi dei concorrenti. Nel peggiore sono i figli prediletti del capo-branco. In ogni caso a loro non si perdona niente, mai.

E allora torna la maledizione di Saba, il fratricidio. Quella che consente ai padri di dire, in modo rassegnato e alzando le spalle, che i ragazzi sono immaturi e, prima di guidare il branco, ne hanno di strada da fare.

 Con un’ aggiunta necessaria da fare: i giovani per sempre sono bravi, molto bravi.

 Hanno il Beruf, la professione, come la chiama Weber. Politik als beruf. La politica come professione. Ne ho scritto in un post recente. Quella capacità strutturata e organizzata che fa costruire alleanze, percorsi, tattiche e strategie. Atte a garantire la sopravvivenza. Spesso non  della specie ma di se stessi ed è questo il guaio.

Il problema è che se c’è solo quella è una bravura sterile: una sorta di dispersione dei gameti che non rilancia mai. Che costruisce visioni immutabili e non interpreta i bisogni, le ansie, la rabbia o la voglia di futuro di una società incarognita, post-globalizzata, precaria e confusa. Che non si mette a disposizione, con tutta la forza del proprio Beruf, per disegnare strade di futuro insieme a chi, con muscoli più scattanti e qualche idea nuova in testa, magari ha l’energia e la forza di percorrerle o di inventarsene di inedite.

 È vero anche che la foresta, l’ecosistema e il branco sono piuttosto restii ad affidarsi ai figli, quando hanno dei padri così longevi e soprattutto giovani per sempre. Ne temono le deviazioni, ne vivisezionano le appartenenze, storcono il naso e tendenzialmente non si fidano. Pur invocando in continuazione il rinnovamento.

 D’altro canto perche i figli dovrebbero essere diversi da quello che i padri hanno voluto per loro? La maledizione di Saba li insegue e li pervade. Qualcuno ci prova a mescolare l’acqua e l’olio, che notoriamente non stanno insieme. Ma poi, al momento dell’emulsione qualcosa non funziona. Se alzano la mano per parlare li si accusa di essere troppo educati. Se interrompono e si alzano sono decisamente immaturi. Si mettono insieme e intorno si ridacchia. Si separano e tutti dicono “”per forza“. Qualcuno apre bocca e subito un bell’articolo di reprimende. Qualche padre con disprezzo, diciamo, li accusa di non essere abbastanza forti e tenaci. Qualcuno li usa come figurine nell’albo della rappresentanza sociale.

 Perchè nel  frattempo quei fratelli oggi padri, i giovani per sempre, sono entrati in un’altra maledizione italica, cantata da Dante e non a caso messa all’Inferno: quella del Conte Ugolino che mangiò i suoi figli e poi morse le sue mani e le sue braccia. Più dell’onor potè il digiuno, si diceva. Appunto.

Padre mio, ché non m’aiuti?”.

 Per la #ProssimaItalia sarebbe ora di liberarsi della maledizione. Fare un patto di futuro, tra fratelli e con i padri. Se i padri si riscattassero dalla maledizione di Ugolino e i fratelli da quella di Saba. Se i padri riuscissero ad essere un po’ più socratici, disponibili a camminare in compagnia intorno al porticato. Se i figli accettassero una buona volta la sfida di interpretare il proprio tempo e poi dividersi, non sbranarsi, sul modo di percorrerlo.

Non è difficile: basta ammettere che il tempo è ora e avere a cuore il destino del branco, della foresta e dell’ecosistema.

 Si potrebbe anche, per una volta, chiedere cosa ne pensano le madri e le sorelle. Perché in queste maledizioni  non hanno mai avuto grande spazio per intervenire. E tendenzialmente sono molto piu competenti sulla riproduzione, la sopravvivenza della specie e la trasmissione del futuro.

 Così si potrebbe parlare di quali sono le opzioni che si prospettano per tenere insieme il branco. Quali pensieri si hanno per ridisegnare il ruolo del branco nella foresta che brucia o che, semplicemente, sta cambiando ecosistema. Quale relazione c’è con le altre specie dell’ecosistema, anche con quelle nuove che non si capiscono ma parlano il loro tempo.

 Ci si potrebbe confrontare, litigare e poi scegliere un’idea di futuro che non necessariamente è uguale e coincidente solo perché giovane e nuova.

Un’idea di futuro che però  chiama in causa il tempo. E lo spazio che ci vuole per costruire una democrazia inclusiva, aperta, rigenerata. Il tempo di adesso. E quello di dopo. La #ProssimaItalia, appunto. Quella che verrà e non quella che è stata.

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