6
Mar
2016
0

Cultura e periferie: se cambiassimo punto di vista?

La parola “periferie” è una delle più amate da chi sta in centro.  Centro dal punto di vista sociale e culturale, non geografico.

Si descrivono questi luoghi attraversati in automobile, osservati dal finestrino e si consegna all’opinione pubblica la propria opinione. Che vale, perché si sta in centro.  E’ una sorta di principio di indeterminazione di Heisenberg applicato su scala urbana: l’osservatore influenza l’osservato.  Non c’è verità, se non indeterminata, perché ci sono sguardi e punti di osservazione. Per verità di cose, multiformi e soggettivi. Però, alcuni, spacciati per oggettivi. Quindi reali. Quindi veri.

Quindi: in periferia non c’è cultura. Bisogna portare la cultura in periferia. E voilà: il dibattito è servito.

Propongo di cambiare punto di vista: e se le periferie andassero in centro? Diventassero punto di vista, senza bisogno di portare i riflettori per illuminarle?

Perché ogni sera, da qualche parte della città, si può ballare, andare a teatro, partecipare ad un incontro, fare un laboratorio di danza, vedere un film.  Si può addirittura prendere l’abbonamento per la stagione delle Operette o vedere della danza classica. Si legge, si discutono  libri, si dipinge. Si suona, si canta nel coro. Si studia.

Quasi sempre gratuitamente, o a prezzi “popolari”.

Questo posti sono il teatro La Marchesa, Bellarte, Cap10100, i circoli, i centri di protagonismo giovanile, le case del quartiere come Cascina Roccafranca, il Barrito, la casa di San Salvario, I Bagni di Via Agliè , Il piccolo cinema di Pietra Alta, le librerie indipendenti, la biblioteche comunali, i cinema indipendenti, piccole sale teatrali come Il teatro della Caduta e qualche altro ( e qui mi fermo, perché me ne vengono in mente decine, di posti così. Potrei fare un elenco lungo pagine).

Centinaia di altri posti, pubblici o privati, in cui c’è un’offerta culturale. Alta, bassa, pop, alternativa, nuova o vecchia. Buona o cattiva.

Tutti posti non in centro, lontani dal cuore pulsante delle Istituzioni Culturali, quelle mainstream. Alcune (molte) di queste istituzioni mainstream sono state permeabili in questi anni: l’OFF c’è, c’è stato. Ha coinvolto territori e quartieri. Di più si poteva fare, certo. Moltissimo c’è ed è stato fatto. Con pochi soldi e tanto lavoro.

Questi luoghi sono gestiti, animati, abitati da centinaia di persone, uomini e donne, appassionati, colti, disponibili, generosi. Operatori culturali, professionisti, giovani che fanno palestra, artisti che hanno tatuata sulla fronte la dimensione civile, sociale. Politica, si sarebbe detto un tempo.

Fanno fatica, si inventano percorsi, mettono a stento insieme il pranzo con la cena. Fanno, nel piccolissimo molti, impresa culturale. Alcuni crescono, girano l’Italia. Molti vendono birre per poter sostenere la cultura. Alcuni non si laureeranno mai, perché sono immersi nelle loro passioni.  Altri lavorano per vivere, e poi creano, si organizzano, si associano. Rispondono a bandi, aspettano, intanto fanno lo stesso le cose.  Vengono finanziati per un quarto di quello che chiedevano. Non importa, rimettono in piedi il budget e fanno lo stesso.  Tendenzialmente ci perdono. Però fanno lo stesso.

Io, in questi anni, ne ho conosciuti e frequentati centinaia. Ho coprogettato con molti di loro, ho sostenuto le loro progettualità. Sono andata a sentire concerti, piéces teatrali, proiezioni cinematografiche. Ho ascoltato poeti contemporanei, cantautori talentuosi,  musicisti, attori.

Ho dato pochissimi contributi, ma proprio pochi.  Ho speso di più – soldi miei- in sambuche con la mosca, biglietti,  sottoscrizioni, crowfunding. Perché la torta pubblica  è sottilissima, quasi inesistente. Però ho cercato in tutti i modi – anche mettendo a disposizione le mie competenze e progettualità – di sostenere questo mondo plurale, diffuso, vicino e prossimo a chi abita lì intorno. Perché ho sempre pensato che questo meraviglioso e insopportabile  underground torinese – critico, libero, appassionato – fosse una delle mille facce di una città viva. Capace di costruire coesione, bellezza, giustizia, futuro. Capace di allargare il cerchio degli inclusi. Capace di fare città e “di stare in mezzo agli uomini e alle donne di questo pianeta“, come scrive Edgard Morin.

Un mondo che ha fatto i conti prima di altri con la sostenibilità, la dimensione economica, la resilienza. Avrebbe tanto da insegnare, tantissimo.

L’unico, vero problema di questo brulichio, è che non entra mai nel cerchio, non ci salta dentro. Sta fuori, un po’ mugugna ma non riesce a raccontarsi.

Nello storytelling mainstream (e scusatemi l’orrendo inglesismo) il brulichio non c’è mai. Non si racconta e non viene considerato. Chi è in Torino Sette fa fatica ad andare su La Stampa – Cronaca. Non parliamo delle pagine nazionali. Al massimo sta nella rubrica “Quartieri”. Non entra nel data-base.

Non viene considerato da chi dice “tutto in centro niente in periferia!”. Non è neanche visto da chi si interroga sulla cultura nelle periferie. Non se ne parla, quindi non esiste. Se non esiste non ha bisogno di niente.

Se andiamo a vedere chi e come sostiene questo mondo vitale e diffuso, si scopre che è l’amministrazione nelle sue varie articolazioni (comprese le circoscrizioni: senza di loro col cavolo che ci sarebbero i teatri in periferia, scusate) e poco altro. Pochi  privati e poca attenzione da parte degli “opinion leader” cittadini. E guardate che non parlo della politica. Parlo degli intellettuali, dei giornalisti, di chi dovrebbe dare chiavi di interpretazione del futuro.

Vi do un suggerimento: la città prosegue, a sud di Corso Vittorio Emanuele e a Nord di Corso San Maurizio. C’è anche un Est ed un Ovest. Con il car-sharing, il bike-sharing o a piedi è un attimo arrivarci.

Quindi, miei cari concittadini #mainstream, il problema non è partire dalle periferie.  Il problema è andare nelle periferie e restarci per un po’.

Passare una settimana in una qualsiasi delle Case del Quartiere, o un paio di giorni in qualche libreria indipendente. Stare dietro le quinte di un teatro piccolo, qualsiasi. Ascoltare.

Così potreste capire, piano piano, che non si tratta di “portare” nelle periferie ma di “prendere” dalle periferie. C’è vita, c’è contemporaneo. C’è il bello e c’è il brutto.

Potreste anche scoprire, sorprendendovi, che basta investirci un po’, scendere con lo sguardo e partire da lì.

Per poi raccontare cosa manca, ma soltanto dopo aver capito cosa c’è.

Portando, almeno,  un po’ di rispetto per tutti quelli che ci provano. E sono tanti.(E non so nemmeno cosa votano. Non gliel’ho mai chiesto. Caso mai il problema fosse quello)

 

Condividi questo articolo:
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • PDF

You may also like

Call me Ismahel, una storia di resilienza
Un’estate italiana: la storia di Hind Lafran
FAQ SULLA CITTADINANZA ITALIANA AI FIGLI DELL’IMMIGRAZIONE ( #IusSoli_for_dummies)
Albert Camus: essere engagé. La cultura tra libertà, verità e menzogna