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Un’estate italiana: la storia di Hind Lafran

pubblicato su Che-fare, 27 luglio 2017

https://www.che-fare.com/ilda-curti-unestate-italiana-la-storia-di-hind-lafram/

Scrive Georges Didi-Huberman “.. non sono le lucciole ad essere state distrutte: è piuttosto qualcosa di essenziale nel desiderio di vedere, nel desiderio in generale, e dunque nelle speranze politiche. (…) “

In questa torrida estate italiana ed europea, abbagliata dalla luce dei roghi sociali e reali che incendiano conflitti e territori, con i muri che si alzano e le piccole patrie che si rinserrano, con l’impercettibile ripresa allo zerovirgola e la cupezza pervasiva di chi pensa di non avere futuro se non chiudendo porte e confini, ci sono lucciole che emanano una luce fioca e che tracciano percorsi possibili. Che hanno a che fare con l’economia, l’innovazione, il lavoro, la creatività. Il futuro.

Sono molte le lucciole, le “comunità del desiderio, comunità di bagliori, di danze malgrado tutto, di pensieri da trasmettere”. Basta saperle guardare, trasformandoci in cercatori di luci ad intermittenza, dando loro la dignità e l’autorevolezza di diventare racconto e, da questo, diventare paradigma di un futuro possibile.

La lucciola di cui vi racconto è Hind Lafram: donna, giovane (ha 23 anni), musulmana, di origine marocchina (è arrivata in Italia con la sua famiglia a 2 anni). Ha tutti gli ingredienti per restare in quel cono d’ombra che rende invisibili. Invece ha tutti gli ingredienti per essere una di cui sentiremo parlare: donna, giovane, creativa, determinata, cosmopolita (e non immigrata). Trilingue. Hind è una stilista torinese. Cresciuta nella periferia Nord della città, attivista nell’associazione Giovani Musulmani. Bella, elegante, inserita nella vita sociale e culturale di Torino.

Qualche settimana fa, al #TurinFashionWeek, ha presentato la sua collezione di Modest fashion inondando la passerella di linee morbide, essenziali: abiti da giorno, da cerimonia, hijab, felpe, abbigliamento sportivo, burkini colorati. Capi e accessori per ragazze musulmane che vogliono seguire la moda senza rinunciare ai precetti della religione. Ragazze italiane nella sensibilità, nello stile e nel gusto.

Un trend che ha addirittura un nome – modest fashion – su cui le grandi firme della moda e giovani stilisti europei ed americani hanno posato gli occhi da tempo penetrando così nei ricchi mercati mediorientali e globali.

Hind disegna vestiti per giovani donne musulmane ed occidentali: ““L’idea è nata dall’esigenza mia e di molte mie amiche. Eravamo in cerca di abiti lunghi, larghi, leggeri ma non trasparenti, fashion e colorati. Qui in Italia erano introvabili. Seguire la nostra religione non vuol dire mortificarsi”.

Hind comincia quasi per gioco, durante gli anni di studio al Liceo artistico. Disegna vestiti per se’, nella sua cameretta, con due macchine da cucire, una comprata con i risparmi e l’altra regalatale dalla madre, che in Marocco era una sarta e con cui ama confrontarsi su tecniche e strumenti.

Apre un profilo Facebook e Instagram, fotografa i suoi modelli e improvvisamente le arrivano ordini da tutta Italia: non solo ragazze musulmane ma anche ragazze e basta, attratte da quelle linee morbide e colorate.

Hind è determinata: disegna, cuce, vende ma ha in testa un progetto imprenditoriale. Frequenta atelier a Milano, studia, si specializza. Entra nel mondo dei materiali, delle stoffe, dei tessuti.

Pochi mesi fa registra il suo marchio, HindLafram. Fa partenariati industriali. È la prima stilista modest italiana.

Il 3 luglio debutta alla Turin Fashion Week e qui potete leggerne il resoconto fatto dalla rivista italiana La Finanza Islamica, la cui direttrice è un’altra giovane donna torinese, Fatima Habibeddine, economista con un PHD alla London School of Economics di Londra.

Gli ingredienti di questa storia sono evidenti: innovazione, individuazione dei bisogni di target specifici, determinazione, qualità, cosmopolitismo. Uso dei social per supplire alla mancanza di capitali per la comunicazione e la distribuzione dei prodotti.

Hind parla di mercati, di target, di innovazione nei materiali, di creatività capace di interpretare la cultura italiana, la bellezza, di cui le donne musulmane nate qui si sentono portatrici ed ambasciatrici.

Parla di lavoro, di Made in Italy mentre in Parlamento si rinvia – a data da destinarsi – l’approvazione della legge sulla cittadinanza per i figli dell’immigrazione.

Perché Hind, come Fatima, non sono cittadine italiane. Scommettono, producono, pensano, innovano, creano economia in Italia ed in italiano. Ma non sono cittadine italiane.

Dice Hind “Mi piace stare a Torino. Non cambierei mai città, né tantomeno Paese . Qui sono cresciuta, ho studiato e ho potuto professare liberamente la mia religione. Malgrado i tanti anni passati qui non ho ancora la cittadinanza. È un paradosso. In famiglia siamo sei fratelli, tre cittadini italiani e tre no. Spero che le cose cambino presto

Su La Repubblica Ilvo Diamanti commenta il sondaggio dell’Osservatorio di Demos-Coop, dedicato al Dizionario dei nostri tempi: “la rappresentazione del mondo delineata dai giovani italiani appare sempre più ripiegata sul passato. Sempre meno aperta. Il linguaggio riflette e ripropone, in modo marcato, questa visione. Le parole dei giovani, infatti, si distinguono e si caratterizzano proprio per questo. Perché richiamano il passato più del futuro. I giovani: guardano indietro. Ancor più dei loro genitori. Evocano l’idea di una generazione che ha perduto la speranza. E non riesce a trovare buone ragioni per credere nel futuro

Hind crede nel futuro, lo sta costruendo: senza capitali alle spalle, senza numi tutelari e familiari. Con la determinazione e la qualità di una giovane donna musulmana, di origine marocchina, che l’Italia si rifiuta di vedere come figlia.

Hind è una di quelle lucciole che ci farebbero capire come uscirne, dal cupo tunnel della recessione, della crisi e dell’assenza di speranza. Basterebbe guardarla e farsi guidare, senza paura, in un mondo nuovo che è già qui. Dentro di noi, se soltanto la smettessimo di farci abbagliare dalle luci sconsiderate dello sgomento senza prospettiva e senza visione.

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