23
Nov
2011
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La cittadinanza ai figli degli immigrati è la farina con cui costruire la prossima Italia

Chi nasce e cresce in Italia è italiano. Punto. E’ così ovvio che quasi ci si rattrista a doverlo affermare. Ieri le parole del Presidente Napolitano sono state, al solito, alte e di grande valore. Il Presidente ha dato voce ad una sensibilità che è ormai nelle cose, nei fatti, nei giardini e nelle scuole di tutt’Italia. E’ talmente ovvia che i nostri figli si stupiscono che i loro amici non abbiano le stesse loro opportunità. Non gli immigrati, gli extra comunitari bensì i loro amici. Quelli con cui condividono “ l’ età fiorita, il giorno d’allegrezza pieno”, come scriveva Leopardi nel sabato del villaggio.

Ecco, appunto, il villaggio. Quello nel quale i fanciulli gridando sulla piazzola in frotta, qua e là saltando, fanno lieto romore.

Il villaggio nel quale si cresce e si impara a diventare grandi. Il nostro villaggio, questo paese faticoso e difficile che stenta a compiere quel passo che lo separa dal Medioevo al Terzo Millennio soprattutto per quanto riguarda il tema delle opportunità, dei diritti, della laicità, della pluralità, della mobilità sociale, delle libertà connesse alle responsabilità, innanzitutto civiche. Fermo alle sue gilde corporative, ai signorati e al familismo, alle dinastie seppur repubblicane, ai perché e ai percome che rendono tutto paludoso, ambiguo e faticoso.

Parliamo del nostro villaggio, quindi.

Perché il tema della cittadinanza ai figli degli immigrati dovrebbe essere considerato un’urgenza, al pari della crisi economica, dello spread, dei mercati impazziti, delle riforme che non sappiamo ancora? Perché questo tema entra prepotentemente nell’agenda dell’emergenza italiana e, soprattutto, perché è giusto che ci sia?

Intanto per una questione di numeri. Più di un milione di giovani, oggi, sono italiani a metà. Lo sono per cultura, lingua, stili di vita, sogni, prospettive, appartenenza. Lo sono pur declinando la loro italianità in tanti modi diversi e il villaggio in cui crescono, se vuole diventare più equo e coeso, deve saper riconoscere la pluralità come elemento di ricchezza, sociale e culturale prima ancora che economica. Sono italiani a metà perché a 18 anni non è più vero: si è arrivati il giorno prima, per la legge. Sono la generazione “permesso di soggiorno=ricevuta”, esclusi dalla normalità delle opportunità che, anche se universali un po’ per finta, a loro vengono proprio precluse per legge. La demografia spinge il cambiamento. Il 57% dei nuovi nati ogni anno a Torino, nell’Ospedale materno infantile, ha almeno un genitore non italiano. A meno che non dichiariamo l’Ospedale Sant’Anna acque internazionali è evidente che la situazione comincia a diventare assurda, oltre che incivile.

Vorrei però affrontare un altro tema che in questi giorni ho discusso con un po’ di miei amici “ideal-radical-ci vuole ben altro”. Mi dicono che è facile parlare degli immigrati di seconda generazione: un modo un po’ ipocrita per non mettere le mani nel piatto della situazione dei rifugiati, dei richiedenti asilo, degli irregolari eccetera eccetera. Appunto, ci vuole ben altro. E in attesa che qualcosa cambi, non si sa da parte di chi, la battaglia sulla cittadinanza è un po’ come una brioche al posto del pane.

Schematizzo e brutalizzo il dibattito, ma è un po’ così.

Allora provo a spiegare perché la cittadinanza ai figli dell’immigrazione non solo non è una brioche, ma è la farina per farlo, il pane.

Lo Ius Sanguinis, la cittadinanza di sangue, è tipica dei paesi di emigrazione. Quelli dove il legame con chi parte deve essere rafforzato e mantenuto. Appartiene alla storia dei 60 milioni di italiani fuori dall’Italia da decenni se non da almeno due secoli. E’ storia di vapori, di “mamma mia dammi mille lire“, di Americhe, Brucolinno, Frank Sinatra, Pampas argentine, zio Sam e famiglie separate. E’ storia del ‘900 e anche un po’ più lontana. Affonda le sue memorie a Long Island e nelle miniere di carbone del Belgio, Germania, Francia, Inghilterra.

I paesi di immigrazione, invece,  hanno forme più o meno definite di Ius Soli: è l’appartenenza concreta ad un luogo, ad una comunità nazionale, ad un contesto sociale che definisce la nazionalità. Poi ci sono tutte le contraddizioni e la fatica dei processi di inclusione sociale, la Francia insegna, ma almeno un punto è fermo. Chi nasce in un posto è di quel posto.

5 milioni di persone residenti in Italia, di cui un milione di giovani, ci raccontano che il passaggio dallo Ius sanguinis allo Ius Soli è già avvenuto nei fatti. E oggi Via Padova a Milano, Porta Palazzo o Barriera di Milano a Torino sono il luogo dove forse sta crescendo Frank Sinatra, Al Pacino, lo Zio Sam o più semplicemente Mohamed, italiano dagli occhi neri e la mamma con l’henne sulle mani. Più Mohamed saprà riconoscersi, anche in termini di diritti, nella comunità in cui cresce più sarà facile per tutti entrare nel Terzo Millennio in modo vitale e sensato.

Questi ultimi anni sono stati devastati dal cattivismo miope, insensato, scomposto di una parte maggioritaria della politica. Se andiamo a vedere, poi, si tratta di una parte assolutamente minoritaria della popolazione italiana che con il suo 10% ha semplicemente tenuto in scacco il linguaggio della politica, l’avanzamento dei processi di integrazione, la civiltà giuridica del nostro paese, la sua storia democratica e costituzionale che, seppur con mille ombre, ci ha reso ciò che siamo.

Se ci pensate è una storia da manuale di cinismo politico. Si chiama, in termini tecnici, “costruzione del nemico”. A forza di ripetere che il nemico è alle porte diventa vero: si sgretola il senso comune, si affonda il dibattito sulle cose da fare agitando lo spettro dell’invasione. Si distorcono i numeri, il buon senso, la capacità di governare fenomeni difficili ma ineludibili. Si attacca la Caritas e l’Istat chiamandoli centri di catto-comunisti e buonisti solo perchè raccontano, in cifre e tabelle, ciò che è per davvero. Ci si fa paladini della cristianità a dispetto delle comunità religiose, anche cattoliche, che invece, e in nome della cristianità, parlano di dialogo e rispetto reciproco.

Succede che gli immigrati e i loro figli non siano contendibili sul piano elettorale e politico. Si parla di loro senza che loro possano parlare. Esistono cinque milioni di persone che subiscono le scelte della politica senza poter decidere nulla. Esistono milioni di persone che, a causa della loro nazionalità, non possono diventare autisti dell’autobus, insegnanti, avvocati, consiglieri comunali, parlamentari, impiegati pubblici. Di loro si può parlare facendone carne da macello per ottenere consensi, agitare lo spettro della paura, scavare il fosso del “noi e loro”. E non si affronta una delle sfide urgenti della modernità italiana: governare ed accompagnare la trasformazione sociale ed economica senza negare i problemi ma prendendoli in mano e cercando soluzioni a vantaggio di tutti. Anche per la nostra parte politica, anche per noi, la costruzione del nemico ci ha costretto alle sfumature dei punti di vista, al balbettio della complessità, alla necessità di fare i conti con il consenso. Faccio parte di quelli che pensano che avremmo dovuto avere più coraggio prima, e non dopo. Ma così è: il coraggio ad un certo punto arriva ed è bene non spengerlo.

Il tema della cittadinanza, così come quello del diritto di voto, sono la farina con cui fare il pane della modernità italiana. L’irrompere degli esclusi nella scena politica e sociale significa contribuire a decostruire la condizione del nemico. Significa costringere tutti a fare i conti con Mohamed, italiano dagli occhi neri con la mamma dalle mani tatuate dall’henne. E questo impasta un paese in cui le parole clandestino, negro, torna a casa tua, zingaropoli diventano più difficili da pronunciare. E, magari, ci costringono ad abbandonare la visione emergenziale e isterica nel gestire un fenomeno che non ha nulla di emergenziale ma appartiene a pieno titolo a quel passo che non riusciamo a compiere e che, dal MedioEvo, ci porta al terzo Millennio in modo meno barbaro, più civile e democratico. Oserei dire lungimirante e proiettato al futuro, se le parole hanno un senso.

Si, la cittadinanza ai figli degli immigrati è urgente. Gli omini verdi lo sanno e per questo minacciano barricate. Sanno che è la breccia che entra nel corpo ferito di un paese smarrito e spaventato sgretolando la costruzione del nemico. Se anche il nemico canta Fratelli d’Italia, l’Italia continua ad esistere e la Padania torna da dove è arrivata. Cioè da nessuna parte. E questo autia tutti, compresi i rifugiati, i richiedenti asilo e tutti noi.

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