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Gen
2014
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La tradizione, l’identità, il miscuglio: essere italiani nel terzo millennio.

24 dicembre 2013

All’approssimarsi del Natale c’è sempre qualcuno che mi chiede come festeggiamo: quale è la mia tradizione.

Non so rispondere.

Torno indietro alla mia infanzia, alle tante occasioni in cui avrei potuto capirlo. Mi viene soltanto in mente l’intreccio, il miscuglio, il casino. La confusione, il vociare delle mie donne che si arruffano e parlano ad alta voce.

Ci sono i crauti, lo strudel – lo strucolo de pomi– l’albero nordico della nonna fiumana che il presepe l’ha sempre fatto per dovere. Lei era Santa Klaus, renne, valzer viennesi, dolci con lo zenzero, ghirlande con le spezie.

Poi ci sono i crostini toscani che il nonno preparava di nascosto, la mattina di Natale, per non farsi copiare la ricetta. Ho passato la vita ad implorarlo di passarmela: ero la nipote più grande, la maggiore. Appassionata di cucina e di tradizioni. È morto portandosi dietro il segreto: la ricetta la conosco e la pratico ma manca l’ingrediente segreto, quello che il Piero dispettoso non mi ha mai rivelato. Con lui c’erano i cavallucci da succhiare tanto erano duri, il panforte, i cantucci e i ricciarelli. Le storie del Casentino e la capra Bajarda che ci terrorizzava.

Ci sono il panettone meneghino, senza glassa alla mandorla che è decadenza sabauda, e la voluttuosa crema lombarda, il burro e la gorgonzola stracca , tributo al mio Edipo paterno, onore alla nebbia e alle pirelle padane.

C’è l’impossibilità di mettersi d’accordo se è più importante le vigilia o il giorno di Natale: si fanno tutte e due e non si discute.

Gesù Bambino o Babbo Natale: siamo inclusivi, c’è posto per tutti. Forse sono parenti, quel nonno vestito di rosso e quel bambino svestito malgrado l’inverno. O forse no: non importa, accomodatevi tutti e due.

Quando è nata la Bionda gli intrecci si sono fatti ancora più complicati, perché anche dall’altra parte c’è la storia di Italia: il presepe napoletano, lo zelten trentino a forma di albero di natale, la sera della vigilia con il campanello di mezzanotte che annuncia i doni. Il bollito piemontese e il pandoro veronese.

Nonni, zii e cugini disseminati in mezza Italia hanno costretto ad inventarsi delle ritualità che tenessero insieme tutto senza escludere niente. Per mantenere la magia e l’incanto è stato indispensabile inventare una nuova storia che fosse l’insieme di tutte le altre.

La mattina del 25 sotto l’albero di casa ci sono i doni richiesti ma anche quelli magici e invisibili: il vecchio passa, mangia il mandarino, beve il vino e lascia una lettera alla Bionda.

Da quando è nata le ha fatto regali importanti, che restano per tutta la vita: la fantasia, gli occhiali invisibili e rosa con cui guardare il mondo. Le ha regalato il sorriso, la dolcezza, la lealtà, la giustizia. Le ha lasciato la capacità di inventare storie, la voglia di esplorare il mondo.

Poi ci sono i Gesù Bambini – forse uno forse tanti e fratelli – che passano dai nonni e lasciano pacchettini, come fosse una caccia al tesoro di meraviglie che bisogna trovare viaggiando. Il viaggio è tradizione: bisogna tracciare itinerari per toccare tutti i punti.

La nostra tradizione include sincretismi laici e pagani, storie inventate, pizzichi di storie degli altri. Luci che tremano nella notte, musica di angeli di peluche, scacciasogni africani, dolci peruviani al dulche de Leche che Osvaldo e sua moglie mi regalano da anni e sono parte della mia mensa mischiata.

La tradizione è miscuglio, inclusione, intreccio. È magica se riesce a tenere insieme e non cacciare nessuno. Incanta se all’intreccio unisce il racconto, in modo da lasciare traccia di tutte le storie degli altri e anche di quelli che non ci sono più.

La tradizione è racconto, non importa il risultato finale: alla fine tutto si tiene. Basta regalarsi il tempo per narrare le storie, dando significato a tutti i pezzetti sconnessi e frammentati di cui siamo composti. Ciascuno di noi, composto di frammenti di altri.

Tempo, ci vuole. Perchè di spazio per includere storie e inventarne altre per fortuna ce n’è: si aggiunge, non si sottrae niente.

La Bionda racconterà il suo miscuglio e ne aggiungerà altro, magari fatto di tapioca o spiritelli lontani.

Vorrei augurare a questi ragazzi del terzo millennio, italiani da sempre o da poco, di avere sempre tempo per raccontare e spazio per includere. Bastano questi due elementi per inventare delle storie nuove, senza cacciarne nessuna. Uniche, irripetibili e costitutive di identità. Quella vera, quella che dà sostanza al proprio essere abitanti del pianeta. Creativi e piantati nella terra: foglie, radici, talee e futuro. Tutto il resto non è tradizione, è coltello piantato nelle storie, è recinto che esclude e inaridisce.

 

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