14
Apr
2011
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A Torino si può: uno spazio di civiltà, per tutti i nuovi cittadini in coda

In Corso Verona passano tutti i circa 90.000 torinesi iscritti all’anagrafe, senza la cittadinanza italiana e neppure quella comunitaria. Perché i neocomunitari, rumeni per l’esattezza, sono più di 40.000 e dal 2007 sono esentati dalle code: almeno quello.

In Corso Verona c’è l’Ufficio Immigrazione della Questura di Torino. Almeno una volta ogni anno o due il passaggio è obbligato: che tu sia un muratore moldavo, un ingegnere pakistano o un ragazzo da poco maggiorenne nato all’Ospedale Sant’ Anna – corso Spezia, Torino, Italia, Europa – figlio di immigrati.

Ci si passa, si chiedono informazioni, si fa la coda, si aspetta il permesso di soggiorno, si prende la ricevuta. Si chiedono giorni di ferie, si trova un sostituto per il tuo “nonno”se sei una badante, si salta la scuola, si aspetta. Si fanno fotocopie, fotografie, autentiche. Si pagano marche da bollo oppure balzelli decisi dal Ministro della Paura.

La Questura di Torino è una delle più veloci d’Italia nel rilasciare i documenti. Malgrado gli sforzi supera i 60 giorni previsti dalla legge, ma si sa che il tempo è un’opzione che vale, probabilmente, soltanto per qualcuno. Per altri vale meno pretendere il semplice rispetto della legge.

E’ bene ricordare che sono tutti affaticati, da queste parti. Anche gli operatori di polizia e i loro dirigenti, che ci mettono buona volontà e senso del dovere per supplire alla mancanza di risorse, organico e snellimenti burocratici. Per non parlare di quanto è affaticato chi sta in coda, di chi aspetta, torna, aspetta, torna, aspetta. E pure di chi vive lì intorno e che vede persone di notte che stanno in coda, aspettano, tornano, aspettano. Magari parlando, piangendo se sono bambini, facendo la pipì dove capita perché non c’è nulla che permetta di farla in modo civile. Ma, si sa, nell’era del celudurismo imperante la fame, la sete e la pipì sono esigenze non contemplate, specie se “non sei dei nostri”.

Un paio di anni fa si stava determinando una situazione potenzialmente esplosiva. Il cambiamento della normativa – il cattivismo legislativo ormai noto – aveva ingolfato la situazione. La coda si ingrossava e per arrivare prima si arrivava prima. A notte fonda. Con il freddo o la pioggia. Trovando qualcuno che magari si faceva pagare in modo abusivo per tenere il posto.

Arrivarono alcune lettere dei residenti, civili ma imbestialite: “ma è così che si trattano le persone?”. Appunto, persone: uomini, donne e bambini.

Siamo a Torino, città civile e pragmatica. In attesa  di cambiare il mondo cerchiamo di trovare soluzioni. Qui e ora. Perché senza soluzioni il mondo non si cambia.

A Torino ci si siede intorno al tavolo e si prova a trovarle, le soluzioni. Senza usare le taniche di benzina per accendere i conflitti, come succede da altre parti.

Il Comune – Ilda per la cronaca come Assessore all’arredo urbano questa volta. La Questura – tra i tanti una donna, la dottoressa Lavezzaro vice-Questore responsabile dell’Ufficio Immigrazione. La Compagnia di San Paolo – capace di investire risorse e intelligenza per aiutare a trovare soluzioni. La Fondazione ContradaTorino – strumento operativo del Comune per affrontare la riqualificazione degli spazi urbani.

Il primo accordo è arrivato subito: era facile. I ragazzi del Servizio Civile Immigrati (se non lo sapete ve lo racconterò, ma dal 2007 ogni anno 25 ragazzi torinesi senza la cittadinanza fanno un anno di servizio civile a servizio della collettività, qui da noi) a turno vanno, la mattina, ad aiutare i loro connazionali in coda. Danno informazioni, orientano, spiegano. In lingua e con un sorriso. Tanto anche loro, una volta l’anno, la coda la devono fare e sanno bene come ci si sente dall’altra parte delle transenne. In cambio gli operatori di polizia fanno il loro mestiere, quello previsto dalla Legge: pratiche e procedure per snellire i tempi di attesa.

L’esperimento funziona. I tempi si accorciano, grazie anche alla riorganizzazione del personale. I ragazzi sorridono, aiutano e collaborano. Diventano competenti di pratiche e procedure. Gli utenti chiacchierano con loro e sono meno tesi nell’affrontare la coda.

Insieme alla Questura si decide di ospitare mostre fotografiche nella sala d’attesa interna. Si comincia con  Balon Mondial, anche questa una bella storia che racconterò, con meravigliose gigantografie dei mondiali di calcio. Quelli veri, ai campi sportivi della Colletta: più di 30 squadre nazionali, più di 500 giocatori (www.balonmundial.it). Perché anche nell’attesa si può sorridere e guardare i propri amici che fanno un goal.

 Poi parte l’operazione numero due, quella più lunga e un po’ più complicata. Chi l’ha detto che bisogna stare in coda in un posto freddo, grigio, scomodo, brutto? Non possiamo cambiare il mondo – non adesso – ma possiamo cambiare almeno le condizioni minime di civiltà. Qui ed ora.

A dicembre  2010 firmiamo un Protocollo d’Intesa tra Comune, Questura e Fondazione Contrada Torino: si riqualifica il posto. Dentro e fuori. Si migliora la qualità di quello spazio: servizi igienici, tettoia, panchine, area bimbi, piccolo punto ristoro.

Contrada Torino fa il progetto, Compagnia di San Paolo lo finanzia. La Questura e il Demanio danno il permesso di intervenire.

Per qualche mese le architette – meraviglia dei giovani professionisti che sanno mettere insieme etica ed estetica senza essere ancora archi-star – stanno in mezzo, intervistano gli utenti, parlano con i poliziotti. Progettano insieme a tutti loro.

Siccome ci piace essere creativi si decide anche di dipingere il muro esterno usando la sapienza artistica dei Writers. Quelli che a Milano il Vice-sindaco della Paura De Corato denuncia in continuazione.

Si fa un concorso e nella commissione siedono, tra gli altri, i rappresentanti della Questura.

Vince Mauro Fassino, giovane artista di Moncalieri.

A marzo comincia il cantiere. Mauro sui trabattelli colora di poesia un muro triste. Qualcuno di notte lo imbratta, ma la poesia mica si fa fermare e va avanti.

 Fra pochi mesi sarà pronto uno spazio di civiltà, per tutti. Per chi ci lavora, per chi fa la coda e per chi ci abita davanti. Il muro è quasi pronto e fa venire i brividi da quanto è bello.

Perché la civiltà è anche questo: non arrendersi ai problemi. Affrontarli. Provare a risolverli.

 Noi a Torino, ci proviamo. E in questi giorni di inciviltà imperante, non è poco. Credetemi.

 Qui trovate le prime foto e tutte le informazioni sul progetto:

http://www.contradatorino.org/riqualificazione-funzionale/sportello-immigrazione

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