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Mag
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La rigenerazione come egemonia culturale

Scritto a 4 mani da me e Michele D’Alena

Pubblicato su Che-fare

3 maggio 2017

Perché si parla così tanto di rigenerazione di spazi ed edifici con progetti, bandi, master, eventi, articoli?

Il punto di partenza è semplice: le nostre città sono piene di spazi ed edifici inutilizzati. I comuni – in realtà tutte le pubbliche amministrazioni e anche i privati – hanno poche risorse, ma hanno un patrimonio incredibile da mettere sul tavolo del cambiamento.

Ex uffici, ex scuole, ex mercati, ex depositi ferroviari, ex caserme: che fare dei tanti spazi “ex qualcosa del ‘900”? Questo fenomeno unisce piccole e grandi città, zone interne del paese e quelle più industrializzate, il Nord e il Sud.

La città, i territori, quelli che ereditiamo dal XX secolo, sono oggi inadatti e obsoleti. Sono disseminati di vuoti urbani, di spazi senza funzione, di patrimonio fisico senza destino.

Devono reinventarsi rigenerando le loro forme, la loro morfologia, sapendo che la perdita degli usi del ‘900– produttivi, sociali, culturali ed economici – rischia anche di depauperare ed impoverire le pratiche sociali e culturali di appropriazione dello spazio urbano. I nostri territori rischiano la banalità della pianificazione e del progetto senza funzioni, generando ulteriori vuoti.

Nel frattempo emergono nuovi bisogni e nuove domande; irrompono nella scena urbana nuovi soggetti sociali – frammenti di nuovo civismo, giovani creativi, professionisti precari, generazione Idomeni, comunità latenti- che usano gli spazi e li trasformano in luoghi. Intercettano le politiche pubbliche, spesso diventano interlocutori delle Pubbliche Amministrazioni. Si prendono cura – delle relazioni sociali, intorno e dentro i luoghi.

Di esempi ce ne sono sempre di più, perché non stiamo parlando di una politica potenziale, ma di progetti concreti. Se migliaia di mq all’interno delle nostre città devono riappropriarsi di un senso, di nuove vocazioni, la notizia è che alcune lo stanno facendo.

Concretamente, cercando strade tra normative difficili da interpretare e competenze sempre più rare da trovare all’interno delle PA, esistono progetti di rigenerazione che stanno cambiando le nostre città.

Questi esempi hanno – nella diversità dei modelli gestionali, delle attività che ospitano o generano, delle modalità di funzionamento, dei saperi che li abitano e li animano – alcune caratteristiche comuni.

Sono degli ircocervi che ibridano funzioni, servizi, pratiche, culture, persone. Pubblico e privato, civismo e politiche pubbliche.

Sono pratiche di rigenerazione urbana che, ri-appropriandosi dei luoghi, rigenerano se stesse inventandosi nuovi modi di stare nei territori e agire la scena urbana.

Riprendendo quanto diceva Fabrizio Barca in una sua recente intervista sulle aree interne, queste pratiche militano sia con lo Stato sia con i Cittadini. O, almeno, ci provano perché si pongono, alla base, una domanda di senso. Nello iato tra Stato e cittadinanza – che può apparire come un’ammissione di resa – queste esperienze cercano, magari inconsapevolmente, di ricucire la distanza.

Non sono rammendi, ma sono nuovi tessuti che intrecciano e riutilizzano fili, materiali o intangibili, che già c’erano per ricreare una nuova trama di comunità, di istituzioni, di genius loci.

Da luoghi di vuoti sono diventati spazi reinventati seguendo i grandi cambiamenti: non serve guardare indietro invocando grandi investitori e nuovi stabilimenti industriali, non servono nuove cementificazioni né piani di sviluppo quinquennali, perché i numerosi esempi che si stanno diffondendo parlano di nuovi modelli di sostenibilità economica, di nuove offerte culturali, di enti gestori misti tra imprese e associazioni, di rapporti ondivaghi e flessibili con le Pubbliche Amministrazioni.

Nelle nostre città, anche quelle di piccole e medie dimensioni, stanno crescendo tante opere di rammendo a cemento zero che stanno indicando al paese una possibile strada.

Si parla di periferie, si parla di distanza della politica dalle persone mentre nascono tante nuove centralità: nuove relazioni trovano nuovi centri di gravità, nuove piazze, nuovi totem relazionali, nuove “osterie” che offrono riparo ai viandanti del mondo di oggi.

Stiamo capendo concretamente che possiamo riusare ciò che abbiamo in abbondanza ma servono nuove destinazioni culturali e creative per far diventare questi spazi dei luoghi vivi. Da spazi a luoghi: da spazi industriali a luoghi di lavoro creativo e, spesso, di azione sociale e di micro-economia: pensiamo alle Ex Ansaldo di Milano ora Base. Dynamo a Bologna, da ex parcheggio per auto a spazio per la mobilità sostenibile.

Da bagni pubblici a luoghi di nuovo welfare relazionale: la Casa di Quartiere di Barriera a Torino. Mercati rionali con nuove vocazioni, con Mercato Sonato a Bologna e Lorenteggio a Milano.

Da stabilimento enologico a spazio per l’innovazione sociale con l’Ex Fadda a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi. Potremmo continuare con altri esempi perché stiamo assistendo alla sempre più frequente nascita di luoghi dove la riqualificazione avviene seguendo nuovi immaginari.

Cosa significa? Attraverso proposte dal basso, da comunità e imprese, nascono progettualità che la politica e l’amministrazione non avrebbero immaginato.

Nessuno avrebbe progettato il Mercato Sonato a Bologna o Base a Milano o Caos a Terni o Farm Cultural Park a Favara.

Sono luoghi che nascono da una spinta, da una scintilla che poi si trasforma e trasforma lo spazio abitato delle città. Spesso questo avviene senza averne predeterminato l’esito: non si sono definiti ex ante gli output, ma si è accompagnato in itinere il processo.

Si è messo in conto il cambiamento, la flessibilità, la generatività del processo, modificando così le maglie rigide delle dicotomie consuete: pubblico vs.privato, no-profit vs.profit, socio-culturale vs. economico, professionale vs. volontario. Tenendo ferma, però, la barra del “bene comune”, collettivo, come elemento distintivo.

Ed è per questo – per questa loro intrinseca indecifrabilità – che sono ircocervi e irrompono nelle pratiche consolidate delle pubbliche amministrazioni modificandone le procedure e imponendo cambiamento. Difficile, faticoso, spesso generatore di crisi di rigetto e di “non si può fare”.

Inciampano spesso nel comma A – impossibile, non si è mai fatto, non si può. Disvelano – quando trovano innovatori amministrativi (e nelle Pubbliche Amministrazioni ci sono) – il comma B- si può fare, vediamo come, proviamoci, cerchiamo la strada formalmente legittima e sostanzialmente sensata e inclusiva. Che non le imbrigli nelle maglie strette – trasparenti, democratiche e tristi – dell’azione pubblica ma, nello stesso tempo, possa disegnare politiche pubbliche del nuovo millennio.

In questi spazi si esce dal ‘900 e si entra in una nuova arena dove si disegna un tragitto culturale inedito, inesplorato e difficile da decifrare.

Nascono nuovi bisogni e nuove risposte con una rilevanza strategica perché queste filiere comunitarie nascono in periferia o nel welfare, proprio i temi su cui la politica si arrovella su se stessa.

E nascono nuove estetiche: se andate al MET o nella Casa di Quartiere di San Salvario, vedrete qualcosa che non avete mai visto. Non si tratta di opere grandiose ma di operazioni create con cura.

Non ci sono stati master plan ma processi relazionali perché, altro elemento caratterizzante trasversalmente, questi spazi sono spesso definitivi collaborativi perché nascono grazie a processi basati su conversazioni e relazioni.

Questi spazi nascono grazie a innate capacità relazionali che creano le premesse per nuovi lavori “piattaforma” che qui si immaginano e si creano, mischiandosi. Qui si creano modelli di governance complessi dove le gerarchie lasciano spazio a dinamiche comunitarie.

Qui si seguono i principi dell’innovazione aperta nella co-creazione di nuovi servizi, prodotti e infrastrutture sociali e culturali.

Qui si indica al paese e a chi ha creatività, cosa si può fare. Qui c’è ciò che potenzialmente può accadere in ogni città.

Per questo gli spazi rigenerati assumono un valore politico: di fronte ad un paese immobile come il nostro, di fronte alla sfiducia nella politica così come in tutte le organizzazioni, di fronte all’aumentare della disoccupazione giovanile e della mancanza di modelli di ascensione sociale, è concreta e visibile una grande risorsa potenziale che torna a vivere.

Se messo in relazione con la creatività e l’energia dell’attivismo civico, il patrimonio pubblico diventa patrimonio comune. E occasione di rivincita del possibile.

Perché la rete di spazi rigenerati rappresenta uno dei più efficaci strumenti di inclusione e di creatività altra e diversa (creatività appunto) rispetto alle offerte del mercato.

Una rete di luoghi dove potenziali talenti inespressi trovano sfogo. O dove possibili precari trovano luoghi di crescita professionale.

Oppure dove le marginalità latenti possono trovare un habitat di senso, delle reti che attutiscono i colpi della caduta nelle solitudini urbane.

Un nuovo spazio per un nuovo immaginario collettivo: nel paese sta crescendo un laboratorio dove si sperimentano nuove forme di fruizione, nuove offerte artistiche, sociali e culturali, nuovi modelli di relazioni con le istituzioni, nuovi modelli di apprendimento, anche reciproco, per tutti gli attori in campo.

Dove si riescono ad anticipare e conoscere le sfide che verranno, dove non si firmano manifesti ma si creano nuovi modelli di stare insieme, di vivere, lavorare, partecipare.

Tra profit, no profit, pubblico, privato, i nuovi modelli di sostenibilità economica non definiti, con affitti calmierati o direttamente con aiuti dal pubblico, creano le premesse per la diffusione di spazi culturali ibridi con inedite pratiche culturali e artistiche che sfuggono alle regole del mercato e del capitalismo.

In questi luoghi arene di nuovi bisogni, di modelli di business diversi e di governance allargate , si diffondono strumenti di resistenza all’immaginario collettivo sempre più malinconico e triste.

Mentre la politica rischia di chiudersi in se stessa, in un cortocircuito dove con difficoltà emerge una visione di futuro, e il paese sembra affannato e depresso, queste pratiche possono contribuire a portare visibilità a ciò che il mercato tende ad emarginare, sottovalutare e a minimizzare.

Qui, riprendendo Chantal Mouffe, si apre uno spazio agonistico di confronto perché, concretamente, le rigenerazioni fondano una nuova arena di elaborazione pubblica e collettiva

Mentre le libertà individuali e collettive sono in completa crisi identitaria, queste progettualità possono avere valore politico se riusciamo a intravvederne – ancora latente e carsico -un unico e potente movimento contro-egemonico in grado di dare voce a ciò che altrimenti rimarrebbe impercettibile. Possono offrire nuovi alfabeti per raccontare un nuovo mondo.

Qui si articolano pratiche che pongono la rigenerazione come nuova e (unica) possibile forma di egemonia culturale. Forse l’unica rimasta. O, almeno, quella da cui ripartire

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