9
Mag
2017
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CULTURA, COMUNITA’, PARTECIPAZIONE: RIBALTARE IL PARADIGMA PER COSTRUIRE FUTURO

 

A chi appartengono le istituzioni e i beni culturali? [1]

La risposta, ovvia, è che essi appartengono alla loro comunità di riferimento. Ne sono rappresentazione simbolica, memoria, trasmissione, luoghi di produzione di senso collettivo.

Questo è l’assioma da cui si parte, generalmente.

Sento  l’esigenza e l’urgenza di riflettere su questo assioma perché ho l’impressione che non sia più sufficiente e ci costringa ad una guerra di retrovia, di difesa. Ci impone  di usare gli indicatori del PIL per giustificare l’importanza degli investimenti in cultura. Ci affanna nel dimostrare che la cultura produce ricchezza e non va contrapposta agli asili nido.

In questa guerra, sia chiaro, vincono gli asili nido e gli ospedali, semplicemente perché rispondono a bisogni che non hanno bisogno di politiche di  audience engagement.

Credo che un punto di partenza possa essere  l’interrogarsi sulla geografia sociale di riferimento delle istituzioni culturali, così  da  articolare – anche in modo impertinente e  fastidioso –  un pensiero divergente che allarghi lo sguardo per poi riportarlo a fuoco.

Intanto, quando parliamo di Istituzioni culturali, a cosa facciamo riferimento? Musei, Biblioteche, Teatri, centri culturali, patrimonio materiale e immateriale.

Sono i luoghi dove si fruisce/produce cultura. Codificati per rappresentare lo spazio semantico della cultura nelle sue forme articolate ma perimetrate da un confine che segna il dentro ed il fuori.

Però lo spazio pubblico delle città non è esso stesso spazio culturale? Le piazze, gli angoli di strada, il paesaggio, l’immaterialità delle relazioni tra simili e differenti che si incontrano e scontrano nello spazio pubblico non sono essi stessi luoghi di produzione culturale, di nuovi linguaggi e nuovi punti di vista?

Nell’ecosistema dei territori della contemporaneità la biodiversità culturale, sociale, di accesso economico alle risorse  – che piaccia o no – ha prodotto e produce nuovi significati che stentano a riconoscersi, hic et simpliciter,  in ciò che riteniamo rappresentare una comunità.

E’ il significato stesso di comunità che diventa terreno sdrucciolevole di interpretazione. Ci sono le comunità di prossimità – quelle che vivono il destino di essere nello stesso spazio durante lo stesso tempo. Le comunità di saperi, che hanno gli strumenti e le competenze per fruire cultura. Esistono le comunità di interessi, che condividono un approccio o uno sguardo sul mondo.

Poi, ci sono le comunità del disinteresse, quelle ignorate, quelle che ignorano. Quelle che lambiscono lo spazio pubblico delle città, che abitano altri significati culturali. Sono i lontani. Sono gli assenti dallo spazio codificato della cultura rappresentata.

Tendiamo a metterli in un spazio omogeneo di non-pubblico. Li  targhettizziamo:  gli immigrati, i giovani. Ciascuno nel suo confine di non pubblico, da avvicinare tirandoli dentro. Non chiedendoci quasi mai  se è il caso di cercarli fuori: in quello spazio indeterminato che è fatto di strade, spazi, relazioni sincopate, desideri interrotti. Immaginari indefiniti.

Quando la crisi delle vocazioni determina il fatto che nuovi sacerdoti da altri continenti abitano alcune delle parrocchie medioevali  della Val di Susa mentre altre rimangono semplicemente chiuse – come ci racconta Don Gianluca Popolla, Direttore del Museo Diocesano di Susa – siamo sicuri che quei beni rimandino ad universi culturali dati per sempre?

Non si sta piuttosto determinando un innesto che produrrà cambiamento? Quei beni continueranno a rappresentare nello stesso modo una comunità o diventeranno qualcosa di diverso?

Come  determinare e accompagnarne il cambiamento è o no questione culturale? Pone o no delle domande che interrogano il tema della tutela, della protezione, della musealizzazione dei beni culturali? Interroga o no sulle funzioni e gli usi dei luoghi? Fra qualche decennio quei beni culturali cosa saranno? Vestigia archeologiche da proteggere, svuotati di funzioni originarie, oppure nuove centralità di cittadinanza e produzione culturale?

Ancora:  siamo davvero convinti che la sfida di improvvisazione poetica in arabo tra ragazzi di origine magrebina e medio orientale in uno scantinato a Porta Palazzo non abbia a che fare con la cultura? Anche se è lontana, distante, estranea alle Istituzioni culturali? Non ne ha bisogno, trova i suoi spazi e si esprime.

Chi ci perde, in termini di vitalità, forza creativa, energie, modernità? Ci perdono i ragazzi o ci perdono le istituzioni culturali che non intercettano il cambiamento? Che lo ignorano semplicemente perché non ne sanno l’esistenza, non hanno gli strumenti per lavorare sulle relazioni di fiducia, non sanno accogliere, non sanno costruire spazi intermedi di relazione tra dentro e fuori?

Infine, Tournée da Bar – uno dei progetti vincitori della terza edizione del bando Che Fare – che porta Shakespeare nei bar di mezza Italia, con una compagnia professionale di attori che ha scelto di destrutturare lo spazio del teatro, cosa racconta in termine di fruizione, educazione del pubblico, coinvolgimento?

Ne potremmo cercare altri, di esempi che mettono in discussione il paradigma, l’assioma e costringono ad interrogarsi sulla relazione dentro/fuori.

Allargare lo sguardo ci permette per un attimo di sospendere un’idea un po’ paternalista della partecipazione – quella per cui si prende un pizzico di comunità, la si fa sedere a tavoli strutturati dentro le istituzioni culturali e così si producono percorsi partecipativi.

La divaricazione crescente tra inclusi ed esclusi rischia anche di riflettersi in uno specchio autoreferenziale delle Istituzioni culturali che rimandano a immaginari stereotipati, asfittici, uguali a se stessi.

Mi piacerebbe quindi provare a ribaltare il paradigma usando parole diverse. Concedendomi però, l’età me lo permette, qualche provocazione.

La cultura, le Istituzioni culturali, sono strumento di democrazia perché possono diventare luoghi dove intercettare/costruire/coinvolgere nuovi immaginari. Possono contribuire alla revisione dei codici culturali di una comunità se accettano di mettere in discussione i propri perimetri. Superando la frattura del dentro/fuori,  possono rendersi permeabili a nuovi significati che una società g-locale produce a prescindere dal luogo codificato, giusto, corretto   per farlo. Si fanno luogo, come direbbe Emmanuele Curti – tessitore di bordi e di sconfinamenti.

Sono democrazia perché si prendono cura delle fratture sociali, cercando di ricomporne alcune parti. Restituiscono alla collettività un modo per immaginare il presente ed il futuro che non sia soltanto proprietà di una parte del tutto. Sono strumento di democrazia.

Sono democrazia perché non hanno pubblico, ma attori sociali da coinvolgere, a cui dare la scena . Hanno cittadini a cui restituire consapevolezza, bellezza, immaginario, pensiero, sapere.

La cultura, le istituzioni culturali sono politiche di welfare perché contribuiscono al benessere collettivo. Una società che legge di più, che ascolta più musica, che va a Teatro, che ascolta Romeo e Giulietta in un bar di periferia  è una società più sana, meno fragile e meno malata.

La contrapposizione tra investimenti culturali ed asili nido è farlocca non perché la cultura produce PIL, ma perché produce benessere.

Deve  essere – con tutte le sostenibilità economiche indispensabili  ed una visione non dogmatica del rapporto pubblico/privato– politica pubblica come la sanità, l’istruzione, il trasporto. Deve essere pagata anche dalla fiscalità generale per poter essere accessibile ed inclusiva e non schiacciarsi esclusivamente sul marketing e la logica dei grandi eventi.  La cultura non deve essere necessariamente pubblica, ma è indispensabile che sia bene comune, condiviso, accessibile, inclusivo.

Una società che riconosce nel rap delle Crew di periferia la tradizione dei poeti a braccio e degli improvvisatori in ottava rima delle campagne reatine è una società che sa accogliere – sottraendoli alla rapacità dell’industria dell’intrattenimento e del consumo – i nuovi linguaggi come parte di se’, del proprio immaginario contemporaneo.

I bambini che passano la notte  nel Teatro Massimo di Palermo  di cui ci ha parlato il Sovrintendente Giambrone – riappropriandosi di uno spazio culturale da cui sarebbero esclusi – sono l’investimento che un teatro deve fare per la propria sopravvivenza nel futuro.  Accettando anche di desacralizzarsi.

Investire in cultura è investire nella cura. Delle comunità di riferimento, in primo luogo.

Ma significa anche investire nella cura delle stesse Istituzioni culturali. Quelle “stanze intelligenti” come le definisce David Weinberger[2], in crisi di legittimazione ed autorevolezza.

Ridare senso, significato culturale ai luoghi, alle stanze del sapere significa disegnare nuove pertinenze culturali. Non si tratta, soltanto, di riproporre degli standard a cui il non pubblico deve essere educato, quanto piuttosto significa  ridare un nuovo senso alla fruizione del sapere.

Significa investire nel futuro: perché quando finiranno per ragioni anagrafiche gli abbonati del Teatro d’Opera, non ci sarà più partita. Perderanno sia gli investimenti in cultura sia quelli per gli asili nido.

Aprire le finestre delle stanze intelligenti vuol dire porsi domande e non dare per scontate le risposte.

Significa chiedersi, come fa mirabilmente PierLuigi Sacco, chi sono i produttori culturali nella logica del paradigma della cultura 3.0 e, poi, provare a declinare nuove visioni e nuovi strumenti.

 

 

[1] Mio contributo alla Tavola Rotonda di presentazione del rapporto FederCulture, nell’ambito del programma Nuove Pratiche Fest, festival dedicato alle tematiche dell’innovazione culturale ideato da CLAC e Pescevolante transmedia e promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo.

[2] David Weinberger, La stanza intelligente – la conoscenza come proprietà della rete, Codice, 2012

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