16
Gen
2017
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Il libero scambio, il suk, la politica e le scelte: un po’ di elementi per fare chiarezza.

 

 

  1. PREMESSA TEORICA

 

Ai margini  delle città si sviluppano  fenomeni dalle sfumate tonalità di grigi e ambiguità che la complessa struttura socioeconomica alimenta e fa fatica ad affrontare.

Esistono relazioni e scambi continui, economici e di servizi, molti sono formali e regolari ma molti altri sono illegali, irregolari, spesso avvengono nell’ombra, di nascosto, altre volte sono manifesti e “sfacciati”.

Accanto alla dicotomia Legale/illegale emergono forme di scambio irregolare, non normate.

Sono irregolari per il modo con cui si manifestano. Si distinguono da quelle illegali perché non comportano un “oggetto illecito” di scambio.

Mentre le attività illegali offrono beni e servizi illegali (spaccio, merce ricettata o contraffatta etc.) – e quindi non sono accettabili (discuteremo un’altra volta sulle azioni di contrasto, ma sono fuori dalla legge), le attività irregolari o informali vendono beni leciti (merce usata, recuperi etc.) in modo irregolare. E’ irregolare il venditore, non la merce che vende.

E’ una scala di grigio importante: se non si distingue, e si tratta tutto allo stesso modo, semplicemente non si affronta il problema, non si danno risposte e non si offrono soluzioni.

Il fenomeno delle attività irregolari è un tema su cui tutte le città europee fanno i conti: più o meno visibili ovunque ci sono mercati informali, delle pulci, dell’usato, dello scambio. Tollerati, repressi, sanzionati o valorizzati: non si eliminano con colpi di bacchetta magica perché rispondono ad un bisogno. Che piaccia o no.

Negli ultimi decenni è fiorito un dibattito internazionale centrato sul tema delle attività irregolari, che vede impegnati principalmente sociologi, antropologi ed economisti, ma anche le agenzie internazionali che si occupano di economia e lavoro dell’Unione Europea e dell’ONU.

Il risorgere dell’informale a seguito della crisi del lavoro produttivo nelle economie occidentali sta preoccupando molti paesi europei, per questo sempre più spesso si sente parlare di lavoro sommerso ed economia sommersa, non osservata, o informale, per indicare un insieme eterogeneo di lavori di vario tipo svolti non regolarmente.

Uno dei primi ad aver affrontato il tema dell’economia informale nelle città occidentali è stato Serge Latouche – professore all’Università di Parigi XI, sociologo dell’economia ed epistemologo delle scienze umane – il quale ha analizzato e studiato quello che lui chiama l’arcipelago dell’informale[1].

Per Latouche l’informale risponde a regole proprie, di non facile decodifica poiché vi agiscono logiche atipiche se confrontate con le forme normali di scambio economico. “L’aspetto dominante che caratterizza una parte delle attività informali è quello di essere in primo luogo una forma di vita sociale, l’esistenza ed il successo di tali attività dipendono proprio dal reinserimento dell’economico nel tessuto sociale.[2]

Numerosi sono anche i tentativi di produrre categorie nelle quali suddividere le diverse attività[3], a titolo di esempio si segnala il contributo fornito dal Sistema Internazionale dei Conti Nazionali (SNA93) che nel concetto di economia non osservata  include tre aree principali:

1) illegale, (2) sommersa, (3) informale.

E’ a partire da questi contributi teorici che a Torino sono nate le esperienze di libero scambio – normate attraverso atti amministrativi e regolamenti – e che sono state studiate e analizzate da altre città italiane (Genova, Roma Porta Portese, Napoli etc.) ed europee.

  1. IL LIBERO SCAMBIO: ORIGINI, STRUMENTI AMMINISTRATIVI.

Nel 1998-99 la legge Bersani riformò profondamente la tipologia di mestieri su area pubblica.

Fino ad allora era in vigore il Testo Unico di Pubblica Sicurezza (TULPS) del 1936 che normava i cosiddetti mestieri girovaghi (operatori del proprio ingegno, fiaccherai, cardatori, arrotini, barcaioli: un incredibile  fotografia dell’Italia fascista e pre-industriale)

All’art. 121 erano elencati i “mestieri di stracciaiolo, raccoglitore di ferro eccetera” che avevano la facoltà di vendere su area pubblica senza licenza commerciale e con una semplice autorizzazione della Questura .

Non dovevano chiedere alcuna autorizzazione al Comune, semplicemente dovevano essere autorizzati a fare piccolo commercio dalla Polizia di Stato.

Il Balon è nato così, storicamente: stracciaioli, raccoglitori, accumulatori di merci potevano vendere – una volta alla settimana – senza licenza ambulante e senza autorizzazione del Comune di Torino.

La legge Bersani eliminò la fattispecie degli articoli 121 e il Balon si trovò con circa 500 venditori sconosciuti alla PA, che facevano il mercato del sabato da 40/50 anni e che non avevano alcuna capacità o forza per prendere una licenza 114 (commercio ambulante). Facendo un massimo di 52 sabati all’anno, non erano in grado di sostenere i costi di una licenza commerciale.

Le strade che poteva prendere l’Amministrazione, allora, erano due:

  • Militarizzare il Balon, spianare i 121isti diventati abusivi in forza di legge, giocare a guardie e ladri tutti i venerdì notte, ignorare il fatto che la stragrande maggioranza di loro avevano redditi e situazioni sociali estremamente precarie
  • Inventarsi delle procedure amministrative che formalizzassero la loro esistenza, che dessero dignità al loro lavoro, che permettessero di controllare gli abusi e di regolarizzare le attività di vendita, che facessero pagare l’occupazione di suolo pubblico e TARI (perché essere contribuenti significa essere riconosciuti dalle istituzioni e contribuire alla collettività). Questo, anche in considerazione della fragilità sociale dei venditori (circa l’80% di loro – italiani e stranieri – sono in carico ai Servizi Sociali, vivono al di sotto della soglia povertà).

In attesa delle mirabilanti sorti del reddito di cittadinanza, pragmaticamente  ho sempre pensato che permettere a qualcuno di guadagnare qualcosa che gli permetta di mangiare o pagare la bolletta del gas sia giusto. Dandogli dignità e riconoscimento, e non facendogli l’elemosina.

All’epoca – si parla del 1999/2000 – io ero Direttore di The Gate, svolgevo una funzione tecnica e mi occupavo di Porta Palazzo /Balon. Studiai, molto. Cercai precedenti, esperienze pilota in giro per il mondo. Approfondii le questioni legali ed amministrative.

Proposi a Domenico Carpanini di optare per la seconda soluzione: dare dignità, trovare il modo di non avere 500 invisibili che comunque avrebbero fatto mercato anche se in modo abusivo. Con costi sociali ed economici enormi, per loro e per la collettività.

Carpanini mi diede un anno di tempo per verificare se c’erano le condizioni per inventarsi qualcosa.

Io e i miei collaboratori passammo per un anno tutti i venerdì notte dentro quella massa di 500 persone: diffidenti, impaurite, aggressive, lacere. Invisibili e sconosciute

Riuscimmo ad avere la loro fiducia: nel giro di qualche mese si associarono nella ViviBalon (non ho mai visto un’associazione più democratica e trasparente: le assemblee erano partecipatissime. C’erano persone che non avevano mai votato in vita loro che partecipavano, litigavano, eleggevano).

Nacque l’area dei Molassi come prima area di libero scambio per venditori non professionali. Poco dopo nacque il regolamento 316 che la normava.

Per la prima volta dalla nascita del Balon a fine 800, 500 persone pagavano il suolo pubblico, la TARI. Si autogestivano. Per la prima volta c’era un’anagrafica con nomi, cognomi, trasparenza e conoscenza.

Nata nel conflitto, certo. Nelle scale di grigio. Nella fatica di tenere sotto controllo le attività. Alti e bassi, successi ed insuccessi.

Io non posso dimenticare le notti del venerdì quando arrivavano con le torce gli antiquari della Torino-bene a scegliere le merci migliori tra i sacchi degli zingari, degli anziani raccoglitori.

Io, lì, ho imparato che i veri affari si fanno tra le 2 e le 3 di notte. Quelle stesse merci pagate qualche euro venivano rivendute , un po’ restaurate, a 10/20 volte di più.

Questa è verità. Anche se fastidiosa.

  1. ADESSO: considerazioni sulle scelte

Da quegli anni molte cose sono cambiate. La crisi economica del 2008 ha portato ad avere una pressione enorme di venditori occasionali. E’ cominciata la domenica. La pressione ed i numeri sono aumentati costantemente.

Ho visto coppie (italiane) vendersi la lista nozze. Signore “normali” vendersi il guardaroba. Rifugiati e richiedenti asilo passare ore al freddo per vendere stracci trovati nei cassonetti guadagnando 3/4 euro. La differenza tra mangiare un panino o digiunare.

Ho visto la dignità di centinaia di persone orgogliose di pagare il Voucher, finalmente riconosciuti e con un cartellino autorizzativo.

Poi ho visto i furbi, i venditori di merce tarocca. Quelli di merce dubbia o chiaramente illegale. Gli anziani pensionati italiani girare con le penne e gli orologi d’oro nelle tasche, da offrire agli acquirenti furbi o gonzi. Ho visto commerci incredibili.

Quello che non risponde alla realtà è che sia “un mercato per gli altri”: negli anni di crisi sono aumentati i numeri anche dei “nostri”.

Quando la merce più venduta sono le scarpe usate e si vedono famiglie dignitosissime (italiane e non) che acquistano gli scarponcini invernali per i figli ci si rende conto di cosa stiamo parlando.

In questi lunghi anni la collaborazione con le Forze dell’Ordine (Polizia di Stato, Carabinieri  e Polizia Municipale) è stata quotidiana. Continua. Attentissima. Non credo sia passato giorno – anche quando sono diventata Assessore – che non ci fosse una telefonata, segnalazioni da parte mia o dei gestori, un aggiornamento su indagini, verbali ed arresti per ricettazione. Fatti in modo mirato, non spettacolarizzato.

Perché le scale di grigio sono così: c’è l’umanità dolente. Che esprime straordinaria dignità e miserrima piccolezza, contemporaneamente.

Però ho sempre pensato che fosse meglio – per la collettività – governare i fenomeni , limitare l’impatto, dare una risposta sociale alla povertà.

La scelta delle aree (cambiate negli anni, anche per rispondere alle modifiche del fenomeno e all’impatto sui territori coinvolti)  è stata il frutto di un’analisi dei luoghi che rispondessero ad alcuni requisiti (accessibilità con mezzi pubblici – per venditori ed acquirenti, parcheggi, recinzione per controllare gli accessi, ampiezza, stato dei luoghi, scarsa vicinanza ai condomini per evitare impatto notturno dei furgoni o delle automobili dei venditori, etc.).

Ne sono state analizzate 24 e sulla base di questi indicatori ne sono state scartate moltissime. Non entro nello specifico, ma i luoghi hanno una storia. E la scelta dei luoghi ha una motivazione.

Io ho difeso a morsi la scelta di formalizzare il libero scambio – contro moltissimi, soprattutto forze politiche di destra  che hanno cavalcato la tigre –  ma anche da pezzi della mia stessa maggioranza. Qualche volta ho vinto, qualche volta ho perso le battaglie.

E’ noto che non ho mai condiviso lo spostamento del sabato del canale Molassi, perché ho sempre pensato che fosse connaturato al Balon e ne rappresentasse la sua storia più autentica. Ma quando sei più o meno il solo a pensare una cosa ti viene anche il dubbio di stare sbagliando.

L’ho difesa a morsi per tre motivi fondamentali:

  1. La povertà non è una colpa. Non può essere trattata come spazzatura fastidiosa alla vista. Quando una società non è in grado di provare com-passione con la povertà, se non riesce più a vedere nell’Altro un irrimediabilmente umano, è una società più povera e più cattiva. Più sola e più impaurita.
  1. C’è un’etica nella seconda vita degli oggetti. Si parla tanto di economia circolare, di nuovi modelli di sviluppo e consumo. Lì dentro, in quel magma disordinato e difficile del libero scambio c’è anche questo. Non è roba da fighetti, è carne viva. Sangue e merda. Ma c’è quel tema, tutto intero.
  1. Quando i fenomeni esistono – come i venditori di merce usata – una Pubblica Amministrazione ha il dovere di occuparsene cercando le soluzioni non più eclatanti, più popolari ma quelle più sostenibili e durature nel tempo. Anche se sono le più difficili.

Deve cercare le soluzioni che ritiene giuste, per la collettività.

Giuste perché etiche, pragmatiche, economiche. Tutte e 3 insieme. Perché se un fenomeno si normalizza, rispetta le regole, paga le tasse, meno bisogno ci sarà di controllo. E si potranno investire le risorse umane ed economiche in altre parti di città.

Una città intera deve essere solidale con le sue parti, altrimenti salta tutto. E’ dovere della politica garantirlo, avere una visione di insieme.

Il dovere della politica è anche quello di non sottrarsi al confronto, alle critiche, agli scontri dialettici. Difendendo il proprio punto di vista, certo, ma anche cercando di capire e di mediare con le posizioni degli altri.

Credo che mi debba essere riconosciuto il fatto che non mi sono mai sottratta. Che ho difeso a morsi la scelta prendendo schiaffi da destra e da sinistra ma non ho mollato mai il punto.

Ammetto tutti gli sbagli, gli errori, le fatiche. Tutte. Ma il punto non lo mollo: credevo fosse  giusto farlo. Era di sinistra, se vogliamo. E su questa scelta ho incontrato solidissimi alleati  e combattenti, tra le Giunte e le maggioranze.

Credo inoltre si debba riconoscere il fatto che non abbiamo mai smesso di occuparcene: un giorno alla settimana, tutti i giovedì, si faceva il punto con Forze dell’ordine, Polizia Municipale, Commercio, Ambiente, Amiat, GTT, Suolo pubblico, Rigenerazione Urbana, Circoscrizione coinvolta nella sua parte politica e tecnica, gestori delle aree.

Tutti i giovedì, per anni. Monitorando costantemente il fenomeno, correggendo, cercando soluzioni migliori. Spesso dandosi appuntamento la notte e la mattina del sabato o della domenica per osservare, segnalare, controllare.

Un lavoro integrato come se ne vedono pochi, nella Pubblica Amministrazione. Che ha coinvolto parte tecnica e parte politica. Sempre

Scontri con la mia maggioranza ce ne sono stati. Molti. Non eravamo d’accordo, spesso. Litigavamo per ore. Ma a sintesi ci arrivavamo. Discutevamo su un diverso modo di affrontare il fenomeno. Ma non è mai stato messo in discussione né il fenomeno né la risposta da dare.

Io so perché l’ho fatto e rivendico la scelta. Perché pensavo fosse giusto farlo. E rincorrere il consenso, smarrendo il senso delle cose che si fanno, non fa per me.

Oggi leggo dichiarazioni della nuova Amministrazione in cui ci spiegano il fenomeno.

Ne prendo atto con letizia. Perché ricordo gli scontri, le interpellanze, le mozioni  in Sala Rossa e nelle Circoscrizioni con i rappresentanti dell’odierna maggioranza.

Sorrido, per “come si possa cambiare”, parafrasando il buon Guccini.

Però riconosco e rispetto la fatica del governo, della necessità di affrontare i problemi e non solo denunciarli.

Oggi sono una semplice cittadina torinese (come è noto l’ho scelto a prescindere dagli esiti elettorali. Ho fatto, anche in questo caso, una scelta che ritenevo  giusta) e per principio non polemizzo e non intervengo mai sulle scelte dell’Amministrazione attuale.

Però amo questa città ed amo la sua capacità di innovarsi, anche nel conflitto.

Sul libero scambio ci ho speso anni, pensiero, azione, combattimenti verbali, tentativi ed errori.

Ho sbagliato ed ho avuto ragione. Conosco il fenomeno come le mie tasche.

Ho ritenuto cosa buona e giusta ricostruirne la storia, le origini, le motivazioni e le base teoriche e politiche.

Non perché siano giuste a prescindere. Ma per offrire una base di discussione che parta da dati di realtà. In modo che si possa legittimamente decidere di cambiare, modificare, chiudere ma senza negare il punto di partenza. Politico, amministrativo e sociale.

Penso che Torino se lo meriti.

 

 

 

 

[1] Latouche S., Il pianeta dei  naufraghi, Torino: Bollati e Boringhieri, 1993

[2]Latouche S., op.cit.

[3] si veda ad es.: Reyneri, E., “Sociologia del mercato del lavoro”, Bologna: Il Mulino, 1996 – Carboni, C., “Lavoro informale ed economia diffusa”,     Edizioni Lavoro, 1990

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