30
Lug
2018
0

Il megafono, la resistenza e il Ministro dell’Inferno

Una forma di resistenza è imporsi di  non commentare le quotidiane orrendevolezze del Ministro dell’Inferno e dei suoi accoliti.

La reazione di orrore è  pervasiva, quotidiana, continua. Almeno dieci volte al giorno viene voglia di urlare, commentare, gridare. Ottunde i pensieri, toglie lucidità.

Il Ministro dell’Inferno è l’Uomo con il Megafono di cui parla George Saunders:

 “Immaginate una festa.
[…]A un certo punto entra un uomo col megafono. Non è l’ospite più intelligente della festa né il più navigato, e nemmeno quello che si esprime meglio.
Però ha il megafono.
[…]Cosa succederà? Be’, gli altri si volteranno ad ascoltare. Sarebbe difficile evitarlo.

[…]Queste reazioni non dipendono dalla sua intelligenza, dalla sua straordinaria esperienza del mondo, dai suoi poteri di preveggenza né dalla sua padronanza della lingua, ma dal volume e dall’onnipresenza della sua voce narrante.
La sua caratteristica principale è il predominio. L’Uomo col Megafono sovrasta tutte le altre voci, e la sua retorica diventa la retorica di riferimento perché è inevitabile”[1]

Il Ministro dell’inferno lo sa e questo vuole: portarci al parossismo, all’isteria collettiva di tutti contro tutti. E più lo condivideremo, più lo commenteremo, più inseguiremo le  sue parole d’ordine, più la sua popolarità aumenterà. E, quindi, più consenso avrà.  Perché il suo obiettivo è il predominio, intanto della retorica collettiva e poi del potere e delle regole di convivenza. E’ un passeur di totalitarismo in forma contemporanea: quando saremo esausti, lacerati, impauriti definitivamente sarà tutto ancora più facile.

Il suo obiettivo siamo noi che non siamo d’accordo: le sue urla sguaiate assorderanno tutti i nostri tentativi di conversazioni intelligenti Di narrazioni complesse.  Stiamo cadendo nella sua trappola.

I media mainstream parlano solo delle reazioni pro o contro le urla dell’Uomo con il Megafono. Amplificano la sua narrazione “Compito dei mass media è fornire questi simulacri di mondo, sui quali costruiamo le nostre idee. Questa costruzione dei simulacri va anche sotto un altro nome: narrazione.
L’Uomo col Megafono è un narratore, ma le sue storie non sono il massimo. O meglio, sono limitate. Le sue storie non hanno avuto tempo di maturare: vengono fuori troppo in fretta e si rivolgono a un pubblico troppo vasto. La narrazione è un’attività basata sulla ricchezza linguistica, ma l’Uomo col Megafono non ha tempo di sviluppare un linguaggio potente.

Però “la differenza tra immaginazione e realtà, moltiplicata per la violenza delle intenzioni, equivale al male che verrà fatto.”

Nel frattempo, ogni giorno, un nuovo bersaglio sarà preso di mira dal Ministro dell’Inferno e dai suoi complici al potere.

Quando avranno esaurito i “nemici” esterni cominceranno con quegli interni. Anzi, già ci sono: zecche, parassiti, buonisti, radical-chic… con il plauso o il silenzio di tanti acquartierati dell’ultima ora. Di complici silenti e colpevoli.

Gli atti di violenza quotidiana mietono vittime innocenti perché le parole armano, legittimano, consentono. E amplificare quelle parole – anche quando le denunciamo sui social-  alimenta la violenza di cui sono vittime i fragili, chiunque essi siano.

Io mi rivolgo e rivolgo a tutti noi una  preghiera laica, un fioretto civile:

  • Impegnarsi  nel proprio piccolo e per quanto si riesca – in ogni ambito in cui si agisce –  per non alimentare questo ventre vorace che tutto mastica ed espelle.
  • Impegnarsi a star dentro le cose, a contrastare in ogni modo e in ogni dove la deriva purulenta che stiamo prendendo. Farsi territorio, luogo collettivo, pezzo di mondi e agire lì dentro, corpo a corpo. Nel fango, a mani nude, nell’etica quotidiana dei nostri mestieri: insegnanti, commesse, viaggiatori sui tram, politici o rappresentanti delle istituzioni, ingegneri, cittadini, operatori culturali, amministratori di condominio.
  • Smetterla di ripetere che bisogna “ripartire dai territori” perché è un’espressione che riempie l’esofago di noia, bensì farsi territorio, farsi carne e riprendersi la parola, lo spazio pubblico, le strade e le piazze.
  • Impegnarsi a studiare e cercare chiavi di cambiamento insieme a coloro che ci staranno. Smettendola con le radiografie delle storie politiche e con  le analisi del DNA di ciascuno. Allearsi con chi condivide una visione di futuro, non un frammento di passato. Lo so che è a parte più difficile: ci stiamo antipatici, a sinistra. E quindi stiamo sonoramente sui cabasisi anche a coloro a cui cerchiamo di rivolgerci. Però è l’unica strada possibile.  L’unica, davvero, che possa portare un po’ di salvezza sulla Terra, come dice Edgard Morin.
  • Impegnarsi a mettere le basi collettiva di una contro-narrazione. Non importa se sussurrata, afona. Continuare, pervicacemente a costruire pezzi di comunità migliori: proporre, individuare soluzioni, agire, raccontare. Connettere, tessere fili, attraversare confini e universi.

 

Ecco perché mi impegno a non amplificare le parole dell’Uomo con il Megafono. Ed ecco perchè mi impegno a trovare parole nuove, dar loro voce e suono.  Per resistenza e antagonismo. Non per stanchezza o assuefazione.
[1] George Saunders, Il megafono spento, MinimumFax 2007

Condividi questo articolo:
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • PDF

You may also like

16 marzo 1978. Cominciò così #55AldoMoro
Complicità di stupro e ombra del giudizio. Perché anche #meToo serve ad uscire dalle caverne
CULTURA, COMUNITA’, PARTECIPAZIONE: RIBALTARE IL PARADIGMA PER COSTRUIRE FUTURO
una storia per noi, viaggiatori erranti nello spazio pubblico impaurito