22
Ott
2014
0

I 10 MOTIVI PER CUI NON VADO ALLA #Leopolda2014

  1. perché in questi 4 anni sono successe molte cose. Alcune positive, altre molto meno. Trovarmi in maggioranza con Alfano e Giovanardi, per esempio, non l’avevo contemplato neanche nei miei incubi peggiori. Neppure il passare dalla Grosse Koalition del 2013  alle larghe intese, così larghe da diventare quasi permanenti, almeno fino al 2018
  2. perché l’estetica generazionale ha vinto, ma la rottamazione dei metodi, del cinismo, della cooptazione per filiere di fedeltà è rinviata a data da destinarsi. Le prime, seconde, terze, quarte ore affollano il palco con l’aria gradassa  di chi ha vinto per merito di altri. Perpetuando i metodi e le filiere di fedeltà. Per indole, quando il clima è “non faremo prigionieri”, a me viene  voglia di stare dalla parte dei prigionieri. Anche perché i vincitori talvolta mi lasciano basita.
  3. perché c’è una questione grande come una casa: il rapporto del Leader con la massa (popolo, ggente, elettori) , non mediato dalla politica. E’ un modello vincente che interpreta i tempi. Ma non mi piace, per niente. Lascia indietro lo spazio della complessità – e scusatemi se ci sono affezionata, alla complessità. La rappresentazione istantanea del cambiamento è efficace dal punto di vista comunicativo – non c’è dubbio – ma se poi le cose non cambiano davvero o cambiano in peggio non è che abbiamo fatto un gran lavoro. Viviamo in un eterno presente, con la parola #futuro appiccicata come una TAG ossessiva e costante
  4. perché le rivoluzioni portano sempre con se’ le controriforme reazionarie. Ecco, a me pare che il mantra rivoluzionario contenga in se’ un bel po’ di contro-reazione prima ancora di aver davvero ribaltato i tavoli. Parlo del Decreto Sblocca-Italia – semplificazioni nel paese dei predoni di territorio, trivelle che cercano fossile quando il mondo va da un’altra parte –  oppure della questione dei diritti – che a forza di rinviarli diventano rovesci. Per fare due, miseri esempi.
  5. perché alla Leopolda2010 ci sono andata (qui sotto i 10 motivi per cui ci andai) e ricordo molto bene quanto e come fummo osteggiati da chi ora ha prenotato un posto in prima fila. C’era energia intelligente, Matteo: plurale e pronta a darsi fuoco per un nuovo progetto politico, non per un capo che incarnasse tutte le virtù. Forse eravamo tutti li ognuno con motivazioni diverse. Che tu fossi un Lupo Alfa – con tutti i meriti e i rischi che questo comporta – mi è stato chiaro al primo minuto del venerdì sera di 4 anni fa. Quello che non avevo considerato era la voglia di branco e il trasformismo dei vecchi lupi alfa che hanno contribuito a distruggere il branco.
  6. perché gli 80 euro sono sempre gli stessi – un po’ come i carrarmati. Annunciati con la graziosa concessione del leader. Recuperati dalla macelleria che si sta facendo con gli enti erogatori di servizi – gli Enti Locali in primis. Quelli che in questi anni hanno affrontato la crisi a mani nude, tentando risposte di welfare universale nella sorda assenza del legislatore nazionale. La differenza tra un bonus ed un servizio – tra concessione e diritto – è roba da looser, lo capisco. E’ il perno su cui si fonda lo Stato moderno e gli ultimi cento anni di battaglie di civiltà per un welfare dei diritti. Ma si sa che noi looser siamo affezionati alle parole
  7. Perché in questo paese c’è poco da difendere e bisognerebbe ripartire da zero. Con l’intelligenza dei progetti condivisi. Ci sono le parole e ci sono i fatti, e con loro la credibilità di una classe dirigente da ricostruire. Scuola pubblica, rapporti sindacali, mondo del lavoro, sanità, welfare, sviluppo e territorio, ambiente, burocrazia, Istituzioni: ci sono i titoli delle cose da cambiare, ne do atto. Mi piacerebbe leggere, discutere, capire oltre ai titoli quale è il disegno. Perché deve esserci un disegno e non mi basta un indice ragionato. Voglio tutto il testo, anche con le note a piè di pagina. Voglio avere sedi di discussione e non di ratifica, frettolosa e superficiale.
  8. Perché condivido che essere a sinistra nel terzo millennio significa credere nelle opportunità. Figuriamoci se posso essere contro. Sono anche a favore della pace universale, della lotta alla fame nel mondo ed all’eliminazione delle disuguaglianze. So what? E quindi? Come, con quali strumenti, con quale pensiero, con quale idea di società? Con quali compagni di strada, soprattutto? Non è indifferente ne’ il come, ne’ il cosa e soprattutto il chi.
  9. perché sono di Livorno ed i motivi per cui in quella città abbiamo preso una sonora bastonata sono stati frettolosamente rimossi e quasi ci aspettiamo la rivincita di fronte all’inadeguatezza di quelli che ci sono ora. Ce ne saranno altre, di Livorno, se non investiamo in un’ecologia della politica che cambi il modo con cui gestiamo e governiamo i territori e le Istituzioni.
  10. Perché i migliori che erano alla Leopolda2010, quelli competenti ed innovativi, quelli che portavano contenuti e complessità analitica oggi non sono protagonisti. Nel migliore dei casi sono consiglieri del principe, in altri sono semplicemente scomparsi e tornati a vita privata. E’ una sconfitta, per tutti. Perché il pensiero e lo studio servono, anche quando si fanno e si annunciano le rivoluzioni. La Rivoluzione Francese, senza l’illuminismo, sarebbe stato esclusivamente un vuoto e inutile rotolare di teste scomode. Diderot e Voltaire erano sicuramente noiosi e pedanti e forse poco fedeli. Però, almeno all’inizio, hanno preparato il terreno.

 

Ottobre 2010, 4 anni prima…..

I 10 MOTIVI PER CUI VADO A FIRENZE, ALLA STAZIONE #LEOPOLDA2010

  1. Perché appartengo ad una generazione di arrivati tardi: nel ’68 avevo 4 anni. Nel ’77 ne avevo 13. Quando c’era la meglio gioventù io appartenevo alla meglio infanzia. Sono quasi 40 anni che ne sento parlare. Ho ammirato i fratelli maggiori che  sembravano straordinariamente capaci di capire e interpretare il mondo. Nel frattempo sono cresciuta, ho studiato,  lavorato, cambiato città, amori, lavori. Ho fatto i conti con le rate del mutuo, con i contributi INPS, con il futuro dietro le spalle, con la necessità di capire cosa stava succedendo. Nel frattempo è caduto  il muro, si è allargata l’Europa e si è anche un po’ frantumata, si è spostato il baricentro mondiale, si sono dissolti Stati, ci sono state guerre a 500 km di distanza da casa mia, è nato Internet, i social net, la new economy è esplosa,  la modernità si è complicata. Nel frattempo, da 16 anni, la democrazia italiana è immobile, involuta, bloccata, arretrata. Nel frattempo ho frequentato la cosa 1, la cosa 2, il partito liquido, quello solido, quello social-democratico, quello democratico, quello aperto, quello chiuso. Quello della pluralità del ‘900, in attesa delle pluralità del terzo millennio. Nel frattempo ho una figlia che è giovane davvero, e i pensieri sul futuro si fanno cupi, sincopati e difficili. E comincio a pensare che i miei fratelli maggiori non è che le abbiano azzeccate proprio tutte: l’infallibilità di una generazione non è un dogma. Questo vale solo per il Papa e per chi ci crede.
  2. Perché i miei fratelli maggiori sono 40 anni che interpretano il mondo. Appartengono ad una generazione che  ha gridato “senza  padri ne’ maestri”. E che ha trovato padri e maestri da ribaltare e contestare.  Io, invece, appartengo ad una generazione di autodidatti, che non ha  trovato ne’ padri ne’ maestri disponibili a generare conflitto. Semplicemente non c’erano, erano impegnati in altro,  erano sempre – e da 40 anni – irrimediabilmente giovani.
  3. Perché non condivido il fratricidio che contraddistingue questa nostra stagione e, come Umberto Saba, penso che sia questa la maledizione italica. Ma non condivido nemmeno il fatto che sia il Conte Ugolino a segnare la strada. Non mi piace neppure il parricidio, ma non credo si stia discutendo di questo.
  4. Perché i miei fratelli maggiori hanno tantissimi meriti, ma uno fanno proprio fatica ad averlo: la generosità che poi è sopravvivenza della specie. Quella che serve per sostenere la crescita del branco, quel mettersi a disposizione per evitare l’estinzione, per dare consigli, per indicare la strada senza pretendere, sempre, di essere gli unici a doverla percorrere. Quella che hanno avuto i loro padri, come ci racconta Reichlin nel “Midollo del leone”. Quella generosità che non ha paura di lasciare eredità, perché è forte della strada compiuta
  5. Perché non credo proprio che serva contare le candeline sulla torta per decidere chi ha più fiato. Serve cucinarla, ‘sta torta: avere gli ingredienti, dosare e pesare, sapere cosa metterci dentro perché non si afflosci o non sia immangiabile. Sono disponibile a portare i sacchi di farina, lo zucchero, il cacao. A usare gli ingredienti migliori anche se chi li suggerisce non è mio amico o arriva da un’altra storia. Il lievito lo troveremo, insieme. Il forno è già acceso. Se non c’è la torta, nessuno spengerà le candeline.
  6. Perché se c’è qualcosa da rottamare è il metodo, il modo, il cinismo, la cooptazione, la fedeltà premiante, la ricerca dei denominatori comuni con i compromessi al ribasso invece di cercare il  multiplo, quello che potrebbe  sprigionare energie e moltiplicare gli effetti. La questione è tutta politica, non generazionale. Sbaglia chi va a Firenze per mostrare i muscoli o per prenotare un posto in prima fila. Sbaglia chi mette le asticelle delle età e conta quanti gggiovani  (con tante g) sono nelle istituzioni. La gioventù non è una razza: passa, se non si muore giovani.
  7. Perché mi piace pensare che l’unico contratto a tempo determinato sia quello con la politica. O meglio: quello di chi viene pagato dalla politica. La militanza è un contratto che dura per sempre: lo sguardo politico sul mondo può rendere degna una vita. Ma il lavoro nelle istituzioni non coincide con la militanza,  implica responsabilità e fatica: è un lavoro usurante – se fatto sul serio – e dopo un po’ è giusto passare ad altro per continuare ad avere qualcosa da dire. Io sono temporaneamente impiegata dalla politica: lo faccio al mio meglio, mi usuro, come tanti altri. E so che non si può fare bene per tanto tempo. E’ un po’ come fare per tutta la vita il chirurgo d’emergenza: dopo tanti anni ti abitui, hai mestiere ma non è detto che tu sia  sempre totalmente coinvolto. E non c’è nulla di male a mettere a disposizione l’esperienza e il mestiere ai giovani chirurghi, che in cambio ci mettono passione e paura di sbagliare.
  8. Perché Firenze è una bella metafora: tanti secoli fa c’è stato il tumulto dei Ciompi, che ha allargato la base dei diritti e della rappresentanza nelle corporazioni e nelle arti.  Firenze non deve fare paura, se si capisce che è un po’ il raduno dei Ciompi. E se a nessuno viene in mente di soffocare il popolo minuto o di prenderne la bandiera e usarla per entrare nella Gilda più importante.
  9. Perché Firenze è una bella metafora anche vista da Torino, nel 150esimo dell’Unità. Quando è diventata capitale da queste parti non è stata presa bene: la sindrome da vedovanza della mia città è cominciata da lì. Però poi Torino si è inventata un’altra storia, e ha costruito l’avventura della storia industriale italiana del ‘900. Mica poco, quando ti portano via i principi, i nobili, la burocrazia e i ministeri. Ci si inventa un’altra storia: e chi lo fa di solito non c’era prima. Non sono stati i Savoia a farlo. Sono stati altri. Adesso può cominciare un’altra storia: chi ha saputo costruire il Regno non è detto che sappia costruire automobili. Allora non c’è stato regicidio: la Repubblica è arrivata dopo, e adesso dobbiamo tenercela stretta
  10. Perchè se dopo Firenze ci sarà Urbino, Gallarate, Palermo avremmo contribuito ad allargare la rete, ci saremmo tutti rimboccati le maniche e avremmo ricominciato a sognare. Perchè non si sogna da soli: si sogna insieme o ci sono gli incubi.

 

Ilda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi questo articolo:
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • PDF

You may also like

“Siamo… siamo fottuti”. Suggerimenti di letture per condividere pensieri
Lo zampirone, il diritto all’infanzia e la sinistra del Terzo Millennio
Il megafono, la resistenza e il Ministro dell’Inferno
16 marzo 1978. Cominciò così #55AldoMoro