23
Set
2014
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Un convegno di economisti ed esperti di finanza islamica diventa pretesto di polemica e “scontro di civiltà”

La Città di Torino collabora con l’Università di Torino – Dipartimento di Management – e la Camera di Commercio nell’organizzazione di un Convegno sulla finanza islamica a cui parteciperanno economisti, esperti di finanza europei e italiani.

La polemica, ovviamente, si accende. I professionisti del terrore gridano al sacrilegio, chiedono il significato di una simile iniziativa, paragonano il convegno all’accettazione della lapidazione delle donne da parte del IS.

Queste le mie comunicazioni in Consiglio Comunale, dove tento di spiegare di cosa stiamo parlando.

 

Per Finanza Islamica si intende quel sistema di istituti giuridici, banche commerciali e fondi di investimento operanti nel rispetto della legge islamica (Shari’a).

La principale differenza tra la finanza islamica e quella cosiddetta convenzionale, consiste nel divieto per le banche di guadagnare sugli interessi (riba) e sulla speculazione (gharar).

Infatti il Corano considera gli interessi una forma di usura e non consente che il denaro, restando fermo, possa generare altro denaro. Così ad esempio, anzichè concedere un mutuo ad una persona che voglia comprare un immobile, riscuotendo in cambio un interesse sulla somma prestata, la banca islamica acquista direttamente la casa, per poi cederla in affitto al cliente, il quale si impegna a versare la somma corrispondente in più rate. Una volta terminato di pagare le rate, questi diventerà il proprietario dell’immobile.

Inoltre la finanza islamica si differenzia da quella tradizionale per l’importanza attribuita al carattere sociale dell’investimento.

L’interesse risk-free è considerato usura, indipendentemente dall’entità dell’interesse applicato. Per il principio del gharār, è immorale qualunque interesse legato a una presenza di rischio e incertezza, quindi ricorrere o prestare denaro a persone fisiche e giuridiche che praticano la leva finanziaria, il carry trade, e altre forme di speculazione.

I fondi di investimento islamici escludono per statuto le società che hanno un rapporto superiore del 30% fra debiti e capitale sociale, fra le quali potrebbero esservi società che ricorrono alla leva finanziaria per fare profitti. L’interesse è riconosciuto come premio di rischio legato a una qualche forma di investimento.

I credito al consumo, i mutui ipotecari  e immobiliari per l’acquisto della prima casa sono impieghi “legittimi” del denaro per il diritto islamico, ma non consentono al creditore il guadagno nella forma di una partecipazione ai profitti.

Il risultato è quello di orientare i prestiti agli investimenti produttivi, gli unici che permettono una remunerazione, compatibile con il diritto islamico.

I precetti religiosi che orientano la finanza islamica sono i medesimi di tutte e tre le cosiddette “religioni del Libro” o monoteiste – ebraica, cristiana e islamica – nelle quali l’usura è considerata peccato mortale e condannata. Passi in questo senso sono contenuti nell’Esodo, nel Pentateuco, nel Deuteronomio e nel Levitico. Il Vangelo secondo Luca e quello secondo Matteo dedicano molti passaggi alla condanna dell’usura. Nel 1274, nel Concilio di Lione si è espressamente condannata la riscossione di interessi a fronte della concessione di un mutuo, intendendola come una vendita di denaro con pagamento differito, i cui interessi non sono giustificabili dalla variante del tempo, essendo il tempo un “bene comune”.

Leone XIII nell’enciclica “Rerum novarum” (1891) condanna esplicitamente la pratica dell’usura.

Nello stesso momento in cui l’economia mondiale ha affrontato una delle crisi più devastanti della sua storia recente, la cd. crisi dei “subprimes”, il sistema finanziario ”islamico” continua a realizzare un tasso di crescita molto importante e sembra essere immunizzato contro il virus di “crisi generale” che si è diffuso in tutto il mondo.

Mentre nel mondo anglosassone ed europeo da tempo la finanza tradizionale guarda a quella islamica con molto interesse, perché i suoi principi etici hanno consentito di passare indenne alla crisi mondiale, in Italia sono timidi i segnali di interesse anche se autorevoli.

Il quotidiano del Vaticano, l’Osservatore romano, nel marzo del 2009 pubblicava la seguente riflessione:

pensiamo che la finanza islamica potrà contribuire alla rifondazione di nuove regole per la finanza occidentale, visto che stiamo affrontando una crisi che, superati gli iniziali problemi sulla liquidità, ora è diventata eminentemente una crisi di fiducia verso il sistema. Il sistema bancario internazionale ha bisogno di strumenti che riportino al centro l’etica del business, strumenti che permettano di raccogliere liquidità e aiutare a ricostruire la reputazione di un modello capitalistico che ha fallito”.

L’Abi ha costituito da diversi anni il comitato di studio sulla finanza islamica. Nel 2007 ha firmato a Roma, un memorandum di intesa con l’Unione delle Banche Arabe (UAB) con lo scopo di rafforzare la cooperazione economica, politica e sociale tra l’Italia e i paesi arabi. Nelle intenzioni dei promotori, il passo successivo  dovrebbe essere la creazione di una vera e propria federazione bancaria italo-araba, che funga da modello anche per altri paesi dell’Unione Europea.

Dal 2006 esiste l’ Assaif (Associazione per lo Sviluppo degli strumenti alternativi e di innovazione finanziaria) che nasce con lo scopo di creare progetti alternativi di finanziamento che siano immediatamente utilizzabili all’interno del sistema legale e fiscale italiano da investitori medio orientali e dalla comunità di immigrati residente in Italia.

L’economista, Loretta Napoleoni afferma che “la finanza islamica è il settore più dinamico della finanza globale ed è innovativa, flessibile e potenzialmente molto redditizia. Anche perché ci sono più di un miliardo di musulmani al mondo e quindi di potenziali clienti

Deloitte già nel 2009 ha creato un dipartimento dedicato alla finanza islamica.

A tale proposito posso distribuire, a chi ne ha interesse, uno studio della Banca di Italia del 2010 “Finanza islamica e sistemi finanziari convenzionali. Tendenze di mercato, profili di supervisione e implicazioni per le attività di banca centrale”

Il Dipartimento di management dell’Università di Torino ha istituito recentemente un Osservatorio nell’ambito della finanza islamica che ha come obiettivo la promozione della cultura finanziaria islamica in tutte le sue forme: seminari, collaborazioni con gli attori finanziari nazionali ed internazionali per la promozione di prodotti bancari compatibili con l’etica islamica, disponibili sia per i fedeli musulmani sia di un pubblico più vasto.

Il Protocollo di Intesa – oggetto della delibera  – tra Città di Torino, Camera di Commercio e Università di Torino ha tra i primi obiettivi l’organizzazione di un convegno in novembre con la partecipazione di esperti italiani e europei, in collaborazione con l’Assaif.   In quella sede saranno presenti i più autorevoli e accreditati esperti in modo da approfondire e analizzare i temi relativi alla finanza islamica ed al suo rapporto con la finanza convenzionale.

Torino si candida ad essere un punto di snodo su questi temi, forte delle sue politiche di integrazione che già hanno visto gli importanti riconoscimenti delle Nazioni Unite (Le città multiculturali esemplari, New York 2010) e della Banca Mondiale che ha scelto Torino come laboratorio del suo progetto Greenback 2.0 già dal 2012.

Lavorare sullo sviluppo di un territorio e di una città, infatti, significa individuare i fattori di crescita anche nella pluralità e nell’allargamento del perimetro delle opportunità a tutti coloro che ci vivono, investono, lavorano e progettano.

Alcuni economisti autorevoli, come Richard Florida, individuano nelle 3T (tolleranza, talenti e tecnologie) i fattori di sviluppo e di competizione delle aree urbane.

Quasi 500 anni prima di Richard Florida, però, fu Ferdinando 1 de’ Medici che capì l’importanza dell’apertura e dell’inclusione come fattore di ricchezza.

Promulgò nel 1591 le Leggi Livornine, che assicurarono 300 anni di floridità e centralità al porto di Livorno, che divenne lo snodo centrale dei commerci nel Mediterraneo.

Le leggi livornine erano indirizzata agli ebrei ed ai mercanti di qualsivoglia nazione che fossero venuti ad abitare a Livorno: “… a tutti Voi Mercanti Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani”

Tra gli aspetti più importanti, essa garantiva libertà di culto, di professione religiosa e politica, istituiva un regime doganale a vantaggio delle merci destinate all’esportazione ed assicurava la libertà di esercitare un qualsiasi mestiere purchè gli investimenti restassero in loco.

Se Torino guarda al mondo, guarda anche agli esempi storici come la città di Livorno che dimostrano che inclusione, integrazione e pluralità cosmopolita aiutano il sistema locale tutto ad essere più forte e competitivo.

PER APPROFONDIMENTI:

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/QF_73

http://www.lafinanzaislamica.it/

 

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