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I DIRITTI CIVILI? UNA LEGGE DEL 1591 HA MOLTO DA INSEGNARCI. OGGI

pubblicato su Gli Stati Generali il 3 novembre 2014

 

“In tempo di crisi ha senso parlare di diritti civili?”. Non sono forse la ciliegina sulla torta quando manca, la torta? Oppure ha senso, proprio in tempi di crisi, affrontare il tema dei diritti declinando i principi di uguaglianza ed opportunità?

Allargare il perimetro dei diritti – rendendo sostanziale il principio di democrazia inclusiva di cui parla Norberto Bobbio – è giusto sul piano etico e valoriale, ma è anche conveniente sul piano economico.

L’adesione valoriale a delle battaglie di civiltà è opinabile e di parte. Non si guadagna terreno ribadendo che è giusto farlo perché è giusto.

Bisogna convincere, sottrarre alle argomentazioni contrarie la parvenza di razionalità, usare strumenti che smontino l’alibi del “costo o dell’irrilevanza del riconoscimento dei diritti civili in un contesto di crisi economica e perdita delle sicurezze sociali”.

Il benaltrismo irriducibile che rinvia sempre e non affronta mai le battaglie di civiltà – siano esse legate ai diritti civili contro le discriminazioni, l’uguaglianza di chi ha stili di vita, identità sessuali, origini etniche o religiose differenti, oppure connessi ai temi che riguardano come si nasce, come si vive, come si ama, come si muore – è il male che la politica italiana, ma a maggior ragione la sinistra italiana, si porta dietro da sempre.

In parte perché storicamente legata ad un’idea gerarchica dei diritti: quelli civili appartengono alla sfera individuale mentre i diritti sociali sono quelli della moltitudine, del popolo, delle classi sociali. I secondi riguardano tanti, i primi qualcuno.

Ma in modo meno nobile anche perché in questi 20 anni si è ritenuto poco conveniente caratterizzarsi sui temi cosiddetti “eticamente sensibili” – giocando al ribasso su quasi tutto – lasciando scoperte praterie di consenso che sono state occupate da altri.

Poi ci si stupisce con raccapriccio che la società italiana è diventata un po’ più razzista, misogina, omofoba e intollerante di qualche anno fa. Non abbiamo rinforzato gli anticorpi e ci siamo ammalati di intolleranza. Che strano.

Bene, su questi temi io vorrei adottare uno sguardo cinico, economicista e del tutto privo di afflato etico-valoriale.

Sono gli argomenti che uso per discutere con la signora Maria, negli anni ho imparato a lasciare da parte il tentativo di convincimento ideologico.

Lei è l’archetipo della prateria di consenso lasciata sola con i suoi fantasmi anche perché noi eravamo troppo impegnati a parlare d’altro.

La Signora Maria non è necessariamente razzista o omofoba: ha esclusivamente ascoltato quella voce cattivista che in questi 20 anni ha scientificamente costruito sulla pelle degli altri la teoria del nemico interno e le ha spiegato che se lei è più povera ed impaurita la colpa è degli immigrati, dei gay, degli altri che minacciano lei e le poche risorse pubbliche che le spetterebbero.

Io alla signora Maria spiego che allargare il perimetro dei diritti è conveniente sul piano economico, fa risparmiare spesa pubblica e consente di creare ricchezza. Le porta un vantaggio. Poi è anche giusto, ma intanto è conveniente.

Spesso la prendo alla lontana: parto dalle Leggi Livornine del 1591 che ben prima delle teorie di  Richard Florida affermarono il principio che investire nella libertà e nell’apertura al mondo avrebbe creato ricchezza.

Nel ‘500 i Fiorentini ritennero necessario aprirsi uno sbocco al mare in modo da acquisire centralità nei commerci marittimi, resi difficili dall’abitare in una conca stretta tra l’Appennino e l’Arno. Nel frattempo la Repubblica di Pisa non esisteva più e il fiume si era mangiato il mare.

Era il secolo delle grandi scoperte geografiche, dell’avanzare dei commerci e del potere globale degli Stati affacciati sull’Atlantico e sul Mediterraneo. La conquista delle Americhe, la Reconquista della Spagna e la cacciata di Ebrei e Mori dalla penisola Iberica, l’Inquisizione, i commercianti fiamminghi e nordici che detenevano il potere degli scambi, le riforme e le controriforme. Anni densi, quelli. Senza uno sbocco al mare si rischiava di perdere centralità.

Il Granducato identificò  Livorno, fino ad un secolo prima poco più di un villaggio di pescatori ed acquistato dai fiorentini ai genovesi nel 1420 per 100.000 fiorini d’oro, il proprio potente porto sul Mediterraneo.

Come trasformare un villaggio di pescatori in uno dei più trafficati porti del Mediterraneo? Con un po’ di infrastrutture, ovvio: i fossi che dal mare portavano dentro la città, il Faro, la Fortezza, gli scali delle merci.

Tutto quello che serve per attirare sviluppo. Ma non bastava.

Ferdinando I de’ Medici – Granduca di Toscana – tra il  1591 e il 1593 promulgò le Leggi Livornine, indirizzate agli ebrei e ai mercanti di qualsivoglia nazione che fossero venuti ad abitare a Livorno:

“Il Serenissimo Gran Duca… a tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, dicendo ad ognuno di essi salute… per il suo desiderio di accrescere l’animo a forestieri di venire a frequentare lor traffichi, merchantie nella sua diletta Città di Pisa e Porto e scalo di Livorno con habitarvi, sperandone habbia a resultare utile a tutta Italia, nostri sudditi e massime a poveri...”.

Tra gli aspetti più significativi le Leggi garantivano libertà di culto, di professione religiosa e politica, libertà di esercitare qualsiasi tipo di professione purché si risiedesse a Livorno o a Pisa, esenzione di tasse e vendita agevolata di case agli stranieri. Fu la prima città europea ad abolire il ghetto ebraico e consentire l’esercizio delle professioni liberali agli ebrei.

Per più di 300 anni – ben oltre l’Unità di Italia – Livorno giocò un ruolo importante nel traffico marittimo ed accolse ebrei sefarditi in fuga dalla Spagna, commercianti turchi di fede musulmana, armeni, greci ortodossi, tedeschi luterani, mercenari di varie guerre, liberi pensatori apolidi. Fondò la sua ricchezza sul melting-pot e sullo scambio. Sulla tolleranza e sulle libertà.

Ferdinando I de’ Medici non era buonista – per usare gli stereotipi contemporanei – ma sapeva fare i suoi conti. Doveva competere con un mondo che cambiava ed ha allargato il perimetro delle libertà per garantire ricchezza al Granducato.

400 anni dopo è Richard Florida che teorizza i fattori di competitività delle aree urbane con la sintesi delle 3T (Tolleranza, Talenti, Tecnologia).

Ergo: è proprio nei momenti di crisi economica, di rivolgimenti globali, di cambiamento dei baricentri economici che si deve avere la lungimiranza di allargare il perimetro dei diritti e delle libertà.

Due esempi, per far capire concretamente di cosa stiamo parlando.

 

Il turismo “Gay Friendly” (le mete turistiche scelte dalla comunità mondiale LGBT perché accoglienti e  non discriminanti) rappresenta il 7% del fatturato globale del turismo mondiale. L’Italia, e le nostre città, sono giacimenti di bellezza e di attrazione turistica. Difettano in accoglienza e non discriminazione.

Una coppia omosessuale, magari regolarmente sposata negli USA o in Olanda, si trova spesso nell’imbarazzante situazione di dover chiedere una stanza d’albergo matrimoniale vedendo l’addetto alla Reception storcere il naso. Se deve scegliere, va altrove. A Barcellona o a Amsterdam.

I giovani figli dell’immigrazione che stanno crescendo in Italia, continuamente in attesa che il loro paese, il luogo dove sono nati,  li riconosca come figli propri. Sono più di 1,5 milioni. Giovani che stanno crescendo, ponti sospesi tra due mari – come li definisce Tahar Ben Jalloun. Se si cambia punto di vista, sono ponti che collegano due mari e potrebbero rappresentare l’energia e la tenacia di cui abbiamo bisogno per rinvigorire un paese stremato ed invecchiato.

Nel 2006 al Politecnico di Torino gli studenti stranieri (e i figli dell’immigrazione lo rimangono a lungo, quasi per sempre) erano il 2,5%. Oggi sono circa l’11%. La piramide dell’età avanza, le famiglie immigrate investono sulla mobilità sociale dei figli e lo studio e l’istruzione sono l’ascensore di cui si avrebbe bisogno in una società che investe nelle 3T di Florida.

Sforniamo ingegneri di origine cinese, peruviana, pakistana, egiziana. Plurilinguismo, cosmopolitismo, connessioni con il resto del mondo passano nelle nostre scuole e noi li ficchiamo a forza dentro l’immutabile Bossi-Fini che fa danni dal 2001 – malgrado cambiamenti di maggioranze, larghe intese, annunci, campagne, proposte di leggi di iniziativa popolare.

Altro che Ferdinando I de’ Medici…

Potremmo andare avanti con esempi di diritti negati e di mancanza di lungimiranza (dalla libertà di culto garantita dalla Costituzione ma di fatto impedita ed affidata alla volontà delle singole amministrazioni, ai diritti di amare e veder riconoscere la propria unione civile davanti allo Stato) , che ci rende un paese dall’impronta un po’ medioevale sul piano del riconoscimento dei diritti ma soprattutto sulla visione miope che questo comporta non sul piano valoriale – che pure è fondamentale – ma su quello economico e competitivo.

E’ evidente, quindi, che la ciliegina dei diritti è un ingrediente fondamentale della torta dello sviluppo. Non più rinviabile dal legislatore, perché entra nella carne viva delle nostre comunità, delle nostre città, dei suoi abitanti.

Riguarda milioni di persone: uomini e donne che prima o poi faranno fagotto e ci lasceranno qui, da soli, a veder diminuiti o contratti i diritti sociali perché saranno troppo costosi per competere con altre aree del mondo.

Allargare il perimetro dei diritti civili non costa e aumenta il gradiente di civiltà e di competitività di un paese.

Al contrario, non saremmo mai così competitivi nel diminuire completamente le tutele dello lo stato sociale: altri sono più bravi di noi e lo sanno fare meglio.

L’invito che rivolgo al nostro Presidente del Consiglio è di prendere ad esempio la Firenze de’ Medici e dalle leggi livornine: sono già scritte ed hanno funzionato.

E’ fiorentino e la storia la conosce

 

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