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Dic
2014
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lealtà e fedeltà non sono sinonimi, caro PD e caro Segretario. #leParoleSonoPietre

Pubblicato su Gli Stati generali, 15 dicembre 2014

In questo crepuscolo di 2014 ci siamo giocati il significato di alcune parole. Le parole descrivono il mondo, rimandano ad un habitat di significati. Le parole sono importanti, diceva Moretti.

Ci sono parole, quelle andate in fumo – che faremo sempre più fatica ad utilizzare senza attribuirgli significati diversi da quelli comunemente accettati dall’etimo condiviso.

Qui nasce la nostra impossibilità di comprenderci: diamo significati diversi alle parole, ce le buttiamo addosso in una spirale di rancore e  incarognimento da cui usciranno macerie. In molti casi si usano le parole senza disambiguare, in modo da lasciare aperte tutte le interpretazioni.

Oggi affronto la parola lealtà, perché è una di quelle a cui sono più affezionata. Magari affronterò anche la parola fiducia, la parola patto, la parola riabilitazione, la parola cambiamento, la parola trasparenza e onestà e quella più bella di tutte che è futuro.

Parole che ci siamo giocati, perché svilite o trasformate in altro che non è più quello.

LEALTA’

leale agg. [dal fr. ant. leial, mod. loyal, che è il lat. legalis «legale»]. – Di persona che parla e agisce con sincerità e franchezza, che ha vivo il sentimento dell’onore e rifugge così dalla finzione come dal tradimento (Fonte: Enciclopedia Treccani)

 

Dice Renzi alla minoranza interna del PD che pretende lealtà.

La lealtà è una bella parola, migliore di fedeltà: presuppone riconoscimento di dignità reciproca e condivisione di obiettivi.

In una coppia che si ama la lealtà è comune visione del mondo, capacità di comprendersi e rispettarsi, libertà reciproca nel rinnovare quel patto eterno d’amore che fa stare insieme una vita o, almeno, camminare insieme per un pezzo importante di strada.

Significa accettare le differenze, smussare gli angoli, sopportarsi un po’  in nome di un bene più alto, di un progetto comune.

Se stiamo insieme ci sarà un perché e vorrei riscoprirlo stasera”, cantava quello là.

La fedeltà implica, al contrario, un reciproco rapporto di potere:  stiamo insieme, mi devi qualcosa. Non guardare la donna d’altri, sei mia, siamo nostri per sempre anche se ci siamo scordati il perché. Non rinnoviamo alcun patto, perché ce lo siamo giurati all’inizio e così sarà fino a che morte non ci separi. Non c’è bisogno nemmeno di discutere: se non mi sei fedele è perché mi vuoi tradire.

Nella fedeltà c’è il concetto di fede, nella lealtà c’è il concetto di legge. Il divino e l’umano, il trascendente indiscutibile o l’immanente continuamente riscritto.

Il mio segretario, nonché premier, pretende lealtà da parte di chi, come me, è minoranza nel PD. Usa una parola che mi è cara, perché ha contraddistinto tutta la mia vita privata e politica: non sono mai stata fedele, sono sempre stata leale. Il risultato non cambia ma i presupposti si e fanno la differenza.

Si è leali perché si è liberi di non tradire, si è fedeli perché è vietato – o disdicevole – tradire. Nella lealtà non c’è calcolo, nella fedeltà talvolta c’è calcolo e convenienza.

In un partito in cui cambiano senza discussione gli alleati a medio e lungo periodo, i principi di riferimento, i contenuti dell’offerta politica, in cui molte persone che parlano con sincerità e franchezza, pur divergendo su molte decisioni, vengono rinchiuse nello zoo dei malmostosi diventa difficile capire a chi essere leali.

Si chiede lealtà ma nelle sedi dove il patto andrebbe rinnovato non si discute o si fa spallucce.

Si chiede lealtà ai gruppi parlamentari chiamati – attraverso il continuo ricorso al voto di fiducia – a suicidare la propria funzione fondamentale che è esercitare il potere legislativo che, in una democrazia parlamentare,  è il motivo per cui sono delegati a rappresentarci.

Si invoca il voto delle Direzioni Nazionali convocate per sms qualche giorno prima, che durano un paio d’ore e in cui non viene mai presentato alcun documento su cui intervenire per rinnovare il patto, smussare gli angoli, sopportare le visioni degli altri in nome di un progetto comune.

Si alza la mano – quando si alza perché in altri casi non è neppure reputato necessario – e la maggioranza diventa la clava con cui zittire le voci critiche, “quelli che parlano con sincerità e franchezza” vengono di volta in volta rappresentati come gufi, rancorosi perché hanno perso le primarie, interessati solo alla loro visibilità personale eccetera eccetera.

La parola lealtà perde di significato: in realtà si chiede fedeltà, in nome di un patto che aveva presupposti diversi.

Per tornare alla metafora della coppia: ci giuriamo amore, sottoscriviamo i tre articoli del Codice Civile davanti al Sindaco, sigliamo il patto.

Non siamo d’accordo su tutto ma in virtù del comune progetto condiviso smussiamo gli angoli e ci sopportiamo un po’.

Poi uno dei due (il marito o la moglie) decide  di cambiare casa, di coabitare con quella coppia di conoscenti che ci è sempre stata antipatica, di comprare una nuova auto invece della lavatrice che si è rotta, di andare in vacanza a Rimini invece che all’isola di  Ponza che ci piaceva tanto. Non discute con noi, decide perché è ora di cambiare verso, ti dice che te l’aveva detto e sei tu che non te lo ricordi. Ti accusa di essere contro perché in realtà ti piace un altro e lo vuoi tradire.

Un partito politico non è una coppia – è vero.

Però è – dovrebbe essere – una comunità di uomini e donne che si associano in virtù di un progetto condiviso, che producono un’offerta politica che convince chi deve votare, che rinnova il patto rispettandosi lealmente, anche nelle differenze.

Sono minoranza dai tempi del PDS: ho ben presente cosa significa il rispetto della maggioranza in un partito dove si discute allo sfinimento e poi si vota. Sono sempre stata leale senza mai rinunciare al mio punto di vista ma accettando il parere della maggioranza, perché così è giusto in una qualsiasi organizzazione che ti mette nella condizione di lottare, discutere, cercare il compromesso e nel caso perdere.

Non mi chiedete fedeltà: non ho in me il concetto di tradimento ma voglio essere libera di non tradire. Parlerò – parleremo – sempre con “sincerità e franchezza” senza per questo essere franchi tiratori. Quelli erano 101 e ancora non sappiamo i nomi né se sono maggioranza plaudente oggi.

Perché la parola TRADIRE viene da  tradĕre «consegnare», attraverso il significato  di «consegnare ai nemici», «consegnare con tradimento». Chi tradisce di solito non parla con sincerità e franchezza.

Per restituire dignità alla parola lealtà, caro Renzi e cara maggioranza del mio partito, facciamo finta di essere quella comunità di uomini e donne che si associano in virtù di un progetto condiviso.

Almeno condiviso a spanne, a grandi linee: con chi ci alleiamo in una prospettiva politica a medio e lungo termine, chi vogliamo rappresentare, come pensiamo di rappresentare e non occupare le istituzioni, come creiamo gli anticorpi etici ad una politica ed ad una società che puzza di marcio ovunque la si annusi. Come costruire futuro parlando a quel 60% di elettori che non votano più. Come traghettare questo paese in una modernità meno ingiusta, meno diseguale, meno codina e bigotta, meno corrotta e meno decadente.

Basterebbe questo, per trovare ragioni di lealtà ad un patto rinnovato. Continueremo, con sincerità e franchezza, a dirlo.

 

 

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