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Mag
2011
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Per favore, non sparate sul 1° maggio: chi brucia bandiere non rispetta l’Italia che sfila reclamando lavoro e diritti

“1° maggio: su, coraggio”. A Torino era unitario ed era massiccio. Che piaccia o no, che faccia discutere o meno i sindacati c’erano tutti. Ed io ho pensato che se fossi stata a Bologna sarei stata più triste, perché i sindacati divisi, dice il Presidente Napolitano, sono sindacati più deboli. Anche a Firenze, caro Matteo, sarei stata più triste: non c’è nulla da gioire quando la partecipazione si smorza. A prescindere.

Ci sarebbe molto da dire, da analizzare e riflettere sulla crisi della rappresentanza, su chi ha cominciato e da dove parte l’attacco, su quali sono le responsabilità di una spaccatura che, prima ancora che sindacale, è del mondo del lavoro frammentato, diviso, spezzato. Io, su questi temi, mi rifiuto di fare la hooligan che tifa allo stadio. Avverto il pericolo: i sindacati divisi rendono i lavoratori più deboli. E come dice la Camusso – donna che mi piace molto – «insistiamo a dire che le differenze ci sono e non si superano facendo finta che non ci siano, ma dandosi nuove regole che permettano ai lavoratori di decidere».

Penso che quello sia un nodo. E che la politica – soprattutto la nostra – dovrebbe mettersi a servizio per trovare nuove regole. Senza tifo da stadio, ma con la ragionevolezza di chi ha la responsabilità di disegnare gli strumenti e le regole. Perché i lavoratori sono deboli, debolissimi in questo momento. E hanno bisogno di politica, non di tifo.

A Torino era unitario. Compresi gli stessi. Gli stessi che spesso, pochi, rendono difficile ai molti raccontare che c’erano. Gli stessi che oggi hanno bruciato le bandiere e impedito a dei lavoratori – perché questo erano – di sfilare al corteo. Gli stessi che, poi, fanno notizia e basta, perché soltanto di loro si parla. Gli stessi che si infilano come paguri bernardi e poi lanciano fumi viola che fanno tossire, scappare, arretrare. Con loro, poi, arretriamo tutti. Perché quando si impedisce qualcosa a qualcuno è sempre un brivido di fascismo che percorre la schiena. E chi ci rimette siamo noi che c’eravamo e che, semplicemente e anche grazie a loro, siamo sempre più afoni.

A Torino era unitario. Perché c’erano i lavoratori della conoscenza, quelli del Terzo Settore, quelli del commercio, dei media, della scuola, del pubblico impiego, delle fabbriche che chiudono. C’erano le badanti, le donne immigrate, i ragazzi della scuola pubblica in affanno. C’erano i genitori di quei ragazzi e i loro insegnanti. C’era la politica – la  nostra – un po’ troppo impegnata nel tifo da stadio. C’erano gli spezzoni dei partiti un po’ meno affollati degli spezzoni degli altri. C’erano migliaia di persone ai lati, che applaudivano e cantavano se passava una banda o un coro di donne.

C’era il sole, il cielo azzurro, il rosso delle coccarde, il tricolore intrecciato delle donne della Società Civile. Le bandiere del mondo: Palestina, Libia, Tunisia, Perù, Egitto. Il vento dei gelsomini, il fragore delle bombe, la globalizzazione dei diritti che vorremmo, la pluralità fragile e precaria del lavoro, la generazione dei senza-tutele, quella dello SPI che marcia compatto e dell’Auser che regala rose arancioni. I bambini e quel signore che mi ha detto: «In questo paese al massimo vale la pena venirci in vacanza un mese, ma spenderci tutta la vita come ho fatto io fa piangere». C’erano quelli che in questo paese vogliono o devono spenderci tutta la vita e proprio non sopportano di piangere.

C’era quell’Italia migliore che si riconosce nell’articolo 1, e anche nell’articolo 3 e poi in tutti gli altri. E il fumo viola di chi non sa rispettare. Quello, stonava. Decisamente.

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