5
Mag
2011
0

Cultura, l’arma di salvezza di massa: Parigi e l’Europa, come disinnescare quella rischiosa “voglia di spranghe”

A San Salvario, nella Casa del Quartiere, si fa cultura. Oppure aggregazione. Oppure sviluppo locale, mediazione sociale, sostegno alle fasce deboli, integrazione. E quale cultura, poi? Teatro, tango, coro, percussioni, arte visiva, fotografia. E per chi? Per gli immigrati, per i bambini, per gli anziani, per i giovani, per le donne. E poi, è solo quello il recinto in cui succedono delle cose? Oppure avvengono anche di fronte, nell’aiuola Donatello o in largo Saluzzo, al teatro Baretti, negli oratori, nella Moschea di Via Saluzzo, nei locali, nei circoli ARCI, all’Asai. In realtà si fa cultura e tutto il resto, con tutti e tutto il resto.

Se ne discuteva oggi con il Sindaco di Parigi e il Sindaco di Bruxelles. E con il sindaco di Torino, Sergio. E con il prossimo Sindaco di Torino, Piero. E con tutti coloro che sono stati protagonisti di questa narrazione, direbbe qualcuno dalla Puglia. Troppo lungo l’elenco dei protagonisti. Non bastano i titoli di coda, perché sono tanti. Per ricostruire la narrazione partiamo da Don Gallo: «Attenzione alla voglia di spranghe», fu il suo urlo di  dolore nel 1995. Da quell’urlo nacquero molte cose. In primo luogo una risposta pubblica che non si è arresa alla semplificazione ma ha investito risorse, intelligenza e competenze per affrontare il problema.

Raccontiamo della scuola, del progetto Tappeto Volante che coinvolse le istituzioni culturali, gli insegnanti, l’arte contemporanea, l’eccellenza creativa messa a servizio della coesione sociale. Le associazioni che hanno imparato a lavorare insieme, il tessuto della società civile del quartiere che si è messo in gioco, la cucitura paziente delle Istituzioni che in questi anni hanno tenuto insieme… La politica che qui è riuscita – come raramente accade – ad essere osmotica con il territorio e a rappresentarne un valore aggiunto. Anche e soprattutto quella nostra, diciamolo: il circolo PD di San Salvario, che qui è attore territoriale per davvero, e se fosse dappertutto così, a Torino e in Italia, saremmo invincibili; circolo fatto di tanti, ma anche di un giovane segretario che si chiama Matteo Franceschini Beghini. Che è candidato pure lui in Consiglio Comunale ed è un mio competitor nella condanna della preferenza unica. Ma francamente me ne infischio e penso che se diventasse consigliere ce lo meriteremmo.

In un’ora la narrazione si fa sincopata, perché davvero è difficile rintracciare tutti i gradienti chimici che si sono messi in gioco in questi anni. Parigi e Bruxelles, come tutte le grandi città europee, hanno quartieri simili a San Salvario, Porta Palazzo, Barriera di Milano. Luoghi di intreccio, conflitto, culture e povertà che stanno insieme e tentano la strada della convivenza. «Il metissage e la diversità sono la sfida delle città del terzo millennio», ha affermato Bertrand Delanoe, francese nato in Tunisia con una nonna italiana e sindaco de l’Ile-de-France dal 2001. E l’approccio, quando si pone sul serio il tema della coesione sociale e non dello sceriffismo miope, è del tutto simile a quello che Torino, città europea, ha adottato in questi anni per intervenire nelle politiche di rigenerazione dei quartieri della città.

D’altronde in Europa è questo il dibattito sulle città: come costruire agglomerati urbani coesi e competitivi allo stesso tempo, capaci di tenere insieme fasce di popolazione diverse per origine, età, genere, sensibilità, credi religiosi, condizioni sociali ed economiche. In Europa si discute e ci si confronta su questo, a Parigi come a Francoforte, a Stoccolma come a Brighton, a Bruxelles come a Torino. Milano no: difficile che nelle reti europee, nei progetti comunitari, nelle occasioni di confronto tra città ci sia Milano. Nella mia esperienza europarda, che dura da tanti anni, le città italiane che più hanno imparato, condiviso, studiato le pratiche degli altri sono state Torino, Venezia, la Roma di Rutelli e Veltroni, Bologna con uno stop dell’era Guazzaloca e poche altre. La Roma di Alemanno “sa tutto” e si è tolta da molte reti europee. Bergamo, Brescia, Palermo: non pervenute.

Generalmente sono le città italiane amministrate dal centro-sinistra: nella ricerca di soluzioni, progetti, risorse economiche e buone pratiche si coglie la volontà di fare, risolvere, affrontare. Capire dall’esperienza degli altri quali errori evitare, quale innovazione si può introdurre, quali cose hanno funzionato. Le città europee, invece, la cooperazione su questi temi la fanno a prescindere. Quindi, tra le altre cose, investire in cultura e in tanto altro: affrontare la qualità delle relazioni tra abitanti di un quartiere in modo che possano svilupparsi scintille creative, interazioni, nuove identità. Politiche di cultura diffusa: non mi si venga a raccontare, però, che basta portare qualche eccellenza da fuori per far nascere la magia. Serve, ma non basta. Serve l’intreccio, l’educazione del pubblico, l’apertura alla strada, la valorizzazione dei saperi e delle competenze che insistono su un territorio.
Serve la cultura come attore sociale, capace di mettersi a servizio di un progetto di cittadinanza. La cultura “out of the box”, dicono gli inglesi. Fuori dalla scatola, diciamo noi.

Condividi questo articolo:
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • Digg
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • PDF

You may also like

Lo zampirone, il diritto all’infanzia e la sinistra del Terzo Millennio
16 marzo 1978. Cominciò così #55AldoMoro